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11/11/11

Isbn intervista Simon Reynolds # Seconda parte

 

La seconda parte dell'intervista che abbiamo fatto a Simon Reynolds.
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Quale sarà il prossimo passo del “riciclo musicale” nella nostra cultura?

Non lo so. La gente parla degli anni novanta come della next big zone, ma cosa ci troveranno da copiare, mi chiedo? Proprio in questo periodo il Goth, la Cold Wave e la Electronic Body Music dei tardi anni ottanta sembrano fonti piuttosto calde. Forse il “baggy” sound di Manchester (Happy Monday, Stone Roses) verrà riscoperto. 

Recentemente è stata ripubblicata la kindle version del tuo primo libro, Blissed out. È buffo scoprire che già nell’87 parlavi di una specie di legame con il passato (continue riedizioni e revisioni, “un’altra biografia di Bob Dylan” e via dicendo). Quali sono le differenze fondamentali tra la “nuova” retromania e le “vecchie” retromanie? 

La differenza principale sta nella scala, nell’intensità e nella dimensione del problema, che ha a che fare con la componente della cultura digitale della nostra epoca e con il dilagante fenomeno dell’archivismo della memoria pop su internet. È lì che si crea la “mania”.

Ovviamente il problema non è nato dal nulla, è andato crescendo per anni, anzi per decenni. Vedo un’analogia con il film su Al Gore Una scomoda verità. La gente, compreso Gore stesso, ha parlato del surriscaldamento globale e delle sue conseguenze per anni, per decenni. Ma questo non ha impedito al film di essere un contributo vitale e tempestivo al riguardo. Né significa che Gore avrebbe dovuto star zitto sulla questione, dopo essersi espresso abbondantemente al riguardo nel film. Allo stesso modo, il rétro ha una storia e un’evoluzione che comincia decenni fa, ma non ho dubbi sul fatto che il fenomeno sia aumentato drasticamente negli ultimi dieci o dodici anni, e che sia qualcosa di cui ci dobbiamo occupare. Bisogna farsi delle domande! 

Nel regno iper-statico della cultura digitale – in cui il tempo è orizzontale e quasi ogni suono creato nel passato può essere facilmente riascoltato e la possibilità del cambiamento lineare sta svanendo – ha ancora un senso l’idea del potere trasformativo della musica? È ancora possibile essere sorpresi da qualcosa? 

Immagino che possiamo solo scoprire se qualcuno fa musica trasformativa, e capire se possiamo reagire alla sua sfida. Riguardo all’essere sorpresi, naturalmente spero di sì. Penso che potrebbe ancora succedermi di essere sorpreso. Sono pronto, volenteroso e in desideroso di esserlo! 

L’immenso archivio di YouTube è un’enorme risorsa per gli ascoltatori. Scaricare – legalmente o meno – ci permette di avere molta più musica di quella che possiamo realisticamente ascoltare. Si possono ascoltare file mp3 di tutti i tipi, provenienti da tutto il mondo. Tutta questa musica potrebbe costituire un problema per la nostra limitata capacità di ascolto? Stiamo diventando musicalmente onnivori ma allo stesso tempo anche un po’ superficiali? 

Sì. Questo è uno degli argomenti che tratto di più nel libro. Una delle mie preoccupazioni è l’assottigliarsi dell’esperienza musicale, una sorta di fruizione satura, distratta e dispersiva. 

Cosa pensi della musica italiana? C’è qualche gruppo o cantante italiano che ti piace, contemporaneo o dei decenni scorsi? 

Non so un granché della scena contemporanea, però ho visto una band di grande effetto all’Arca Puccini festival a Pistoia, si chiama Topsy the Great, è rock strumentale high energy intenso, tra l’hardcore, il metal e il math rock, con la batteria come strumento principale.

Dagli scorsi decenni, mi è piaciuto un po’ di progressive rock italiano che ho sentito e ovviamente giganti del soundtrack come Morricone e Goblin. E anche mostri della disco music come Moroder e Daniele Baldelli. Ho sentito alcuni bravi artisti techno italiani come Lory D e Leo Anibaldi. Ah, poi sono un grande fan dei vostri compositori di avanguardia come Nono, Berio e Maderna. 

Il libro ha una forte connotazione autobiografica. È pieno di ricordi e storie personali: la caccia alle mappe degli autobus che ha assorbito tuo figlio e te a New York; strani incontri con maniaci del rétro durante gli anni universitari, la sensazione straniante di avere un figlio cresciuto in America con cui non puoi condividere l’atmosfera culturale in cui sei cresciuto tu. Retromania è un ritratto del critico musicale di mezz’età? 

Tutti i miei libri sono personali, nel senso che non esisterebbero senza la mia passione e ossessivo interesse per la scena musicale e senza li mio coinvolgimento sul campo, come per i rave negli anni novanta o per il post-punk quand’ero ragazzo. Ma sicuramente in Retromania c’è più memoria emotiva e più aneddotica, pesca dalla mia storia personale più dei libri precedenti ed è inseparabile dal mio punto di vista, quello di chi c’era durante tutti i periodi di cui parlo. Perciò in quel senso è il libro di un uomo di mezza età. Credo che le mie considerazioni siano accessibili a lettori di tutte le età, ma non tutti le sentirebbero con la stessa di chi ha trenta, quaranta, cinquant’anni oggi: quelli che hanno vissuto negli anni sessanta o nell’epoca del post-punk, o in quella dei techno-rave dei novanta. Il libro ha un elemento immediato ed esperienziale che aggiunge un carico emozionale a Retromania sia per chi scrive che per chi legge.
 

Puoi anticiparci qualcosa sul tuo prossimo lavoro? Quale sarà l’argomento del libro? 

Non dico nulla per scaramanzia perché il libro non è ancora stato ufficialmente proposto. Ma se il libro si farà, sarà un grande passo per me: parla sempre di musica, ma esplora aspetti che non ho mai esplorato prima. La mia speranza per i prossimi libri è riuscire a fare cose che mi mettano alla prova e mi portino in direzioni diverse ogni volta.


08/11/11

Isbn intervista Simon Reynolds # Prima parte


Abbiamo fatto qualche domanda a Simon Reynolds a proposito di Retromania, delle tesi contenute nel suo libro e delle sue preferenze musicali.
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Qual è stato l’evento – se ce n’è stato uno – che ti ha fatto decidere di scrivere un libro come Retromania?
La scintilla ha iniziato a scattarmi dentro durante gli anni 2000: la sensazione che la musica pop fosse ormai del tutto succube di un’attrazione fatale nei confronti della sua stessa storia, accumulata nel corso degli anni. Questa tendenza poteva essere arginata? mi chiedevo. Oppure ci stavamo inesorabilmente dirigendo verso una sorta di buco nero del pop? Non è facile segnalare il momento della svolta, anche se l’album dei Beatles Love – un remix mash-up dei più grandi successi del gruppo, realizzato da George Martin e suo figlio Giles – mi è sembrato l’esempio emblematico del nostro desiderio collettivo di riconsumare e rivisitare senza sosta gli anni d’oro del rock.

In Retromania ci sono tesi forti e originali – in alcuni casi impopolari – molta sociologia e filosofia; d’altra parte, sembra esserci meno storia e critica musicale rispetto ai tuoi ultimi libri. Come pensi che i lettori italiani reagiranno a tutto ciò?
Credo ci sia, come sempre, tanta storia e critica musicale – in un certo senso il libro è una specie di “storia del presente”, del significato del pop e del rock nei primi undici anni del Ventunesimo secolo. Di certo c’è molta critica musicale, solo che si tratta quasi sempre di critica dai toni negativi. Di sicuro è il mio primo libro che non sia stato scritto sotto la spinta principale dell’entusiasmo. E c’è anche meno descrizione diretta e meno evocazione della musica intesa come suono. Stando a quelle che sono state le reazioni negli Usa e in Inghilterra, credo che i fan e i lettori italiani avranno modo di divertirsi molto. Per me essere uno scrittore di musica significa ragionare in termini di odio/amore, e questa volta il concetto di base del libro tende maggiormente verso l’odio. Ma solo perché amo davvero tanto la musica e ho sempre grandi aspettative in proposito! In realtà uno degli obiettivi del libro è l’erosione della mentalità dell’odio/amore, quella che io chiamo gusto dell’o/o. È stata rimpiazzata da una sorta di debole eclettismo, la modalità shuffle tipica dell’iPod per cui ci piacciono un sacco di cose ma nessuna ci provoca una vera ossessione o fanatismo.
Il nucleo centrale del tuo libro è il fatto che la nostra era musicale – così come la cultura pop – sia caratterizzata dalla costante e continua esplorazione del passato. Negli ultimi 15 anni, più o meno, non ci sono stati artisti o band in grado di realizzare qualcosa di veramente nuovo. Ma non pensi che gente come Arcade Fire, Arctic Monkeys, Bon Iver o Kanye West stiano costruendo un suono nuovo e innovativo, senza guardare tanto al passato?
Non ho detto che negli ultimi 15 anni non ci sono state band che abbiano fatto qualcosa di innovativo. Ma, di sicuro, nel Ventunesimo secolo non ci sono stati movimenti musicali paragonabili, in termini di rilevanza o di effettiva novità, al rap o al rave, al punk o al metal. Molte band attive al giorno d’oggi o contribuiscono a una lunga e stabile tradizione, alla quale aggiungono piccole e impercettibili modifiche, oppure mettono insieme due o più tradizioni esistenti, per crearne una relativamente nuova. I Vampire Weekend ne sono un buon esempio. Così come molti gruppi dell’area dubstep. Per quel che riguarda gli esempi specifici:
Gli Arcade Fire, per me, suonano come la “grande musica” degli anni 80, come poi è stata definita – l’epico postpunk-da-stadio dei Waterboys, Echo & the Bunnymen, e così via. Ammetto che si tratta di un gruppo di una certa importanza, ma non riesco a capire cosa renda la loro musica davvero innovativa.
Gli Arctic Monkeys sono una grande band, il loro primo disco è stato uno dei miei preferiti del decennio. Ma loro agiscono in una zona ben definita, sia dal punto di vista dei testi che della musica: la tradizione del pop-rock inglese che include Smiths, Pulp, Libertines, e così via. Nei loro dischi c’è poco che non sia stato già realizzato, da un punto di vista musicale, negli anni 80.
Bon Iver: non credo ci sia nulla nei suoi dischi che non sia stato già fatto negli anni 80, forse anche nei 70. Il suo ultimo disco è apertamente in debito con il soft-rock Americano dei 70-80.
Kanye West ha fatto della grande musica, ma la maggior parte dei suoi lavori si basa sul sampling. Spesso si tratta di grossi pezzi di musica già esistente. Qualche volta è fatto in modo particolarmente brillante (“Through the Fire”, basato su “Through the Wire” di Chakha Khan) ma qualche altra volta non tanto (le canzoni che si basano in modo più evidente sulle tracce di Daft Punk e Curtis Mayfield).  La maggior parte delle innovazioni di Kanye sono nelle liriche e nel flow, e anche nel suo “personaggio” e nella sperimentazione del gestire la celebrità attraverso I media digitali, come per esempio twitter.
Qual è il gruppo retromaniaco contemporaneo che ami ascoltare? In altre parole, chi pensi realizzi al meglio la musica senza fare nulla di nuovo?
Ovviamente adoro Ariel Pink, e in un certo senso è lui l’eroe di Retromania. E insieme a lui ci sono un sacco di altri gruppi che mi piacciono che non stanno realmente aggiungendo nulla di nuovo al linguaggio musicale già esistente. Ma sono ugualmente molto bravi e divertenti da ascoltare. Qualche tempo fa mi è piaciuto l’album Kaputt di Destroyer, che è basato in modo molto consapevole e meticoloso sul sound patinato del pop di metà anni 80, come quello dei Prefab Sprout, dei Blue Nile, Roxy Music e Avalon. Non so perché proprio questo disco, nella sua grande produzione, suoni così vicino a quell’era musicale specifica, ma provo un piacere particolare nell’ascoltarlo, perché ai tempi ho amato sia i Prefab che i Blue Nile. (CONTINUA...)

22/08/11

Simon Reynolds intervista Simon Reynolds


Simon Reynolds nella sua carriera di giornalista musicale ha scritto un numero indefinito di articoli e ha intervistato decine e decine di artisti. Ma una volta gli è anche capitato di intervistare se stesso, come in Totally Wired. Ecco la prima, interessante domanda che Simon Reynolds ha fatto a Simon Reynolds:

Come hai definito il «post-punk»? Sembra un’entità piuttosto… nebulosa.

Il modo in cui l’ho definito in linea di massima è questo: gruppi che erano stati catalizzati dal punk ma che non suonavano punk rock in modo classico, tipo Pistols/Clash. Non sarebbero esistiti se il punk non gli avesse fornito la spinta iniziale, dandogli la sicurezza di fare da sé, però interpretavano il punk come l’imperativo di continuare a cambiare. La grossa eccezione a questa definizione di «catalizzati dal punk» – e che quindi richiedeva una definizione di secondo livello – erano quelle band, come i Devo e i Cabaret Voltaire, che già esistevano anni prima dell’avvento del punk ma che trovarono un pubblico solo dopo, quando il punk ebbe creato una maggiore apertura, e che di conseguenza sono sempre state considerate «post-punk». C’erano diversi livelli in quella apertura. Il punk aveva creato un pubblico affamato di musica stimolante, di estremi di tutti i tipi. Aveva dato uno scossone alle major, che ora si prendevano più facilmente il rischio di mettere sotto contratto una band innovativa, per paura di rimanere indietro. Infine, il punk aveva innescato l’esplosione delle etichette indipendenti, che rappresentavano una rete di distribuzione per tutti quei tipi di musica bizzarra che altrimenti avrebbero dovuto sostenersi con le sole vendite per corrispondenza ma che ora potevano invece raggiungere un pubblico notevolmente più numeroso. Questi tipi di musica avevano anche la possibilità di «significare» in un contesto molto più espanso e ricco di energie.
Forse il modo migliore per pensare al post-punk non è nei termini di un genere ma in quelli di uno spazio di possibilità, dal quale è emerso uno spettro di nuovi generi: dark, industrial, synthpop, mutant disco e altri. Poiché è uno spazio – o forse un discorso sulla musica, più che uno stile musicale – ciò che unisce tutte queste attività è un insieme di imperativi indefiniti: innovazione, eccentricità intenzionale; il rifiuto di tutte le cose che avevano precedenti o che erano «rock’n’roll». Questa indefinitezza incoraggiava la varietà e la divergenza, tanto che alla fine del periodo coperto dal libro la distanza fra un frammento e l’altro del post-punk è diventata molto grande: dal dark al New Pop, dalla «big music» di U2 e Bunnymen alla seconda ondata dell’industrial… Tutti si sono dispersi e hanno preso ognuno la propria strada, spesso del tutto antitetica alle direzioni prese dagli altri. Ma il punto d’origine comune, il mitico luogo dell’unione perduta, è il punk. È il punk il punto di accensione. Il Big Bang.
Perché fermarsi al 1984? La periodizzazione è una faccenda complicata su cui gli storici hanno scritto libri interi: «Che cos’è un’era?», «In quali circostanze si può isolare un segmento temporale come un’epoca definita o delineare uno “spirito dei tempi”?». I periodi sono confusi su entrambe le estremità; si fondono gradualmente per poi sgretolarsi, senza mai sparire del tutto. Nel 1984, però, mi sembrava che ormai le idee e le energie sia del post-punk che della sua inseparabile seconda fase, il New Pop, avessero fatto il loro corso. La maggior parte del gusto all’avanguardia – i musicisti, la critica, i fan – si stava spostando in una direzione rétro. Lo stesso genere di persone che diversi anni prima avrebbe potuto essere nei PiL, negli Scritti, nei Gang of Four, negli Human League non si interessava più della black music contemporanea e non esplorava più l’elettronica; i musicisti erano tornati alla chitarra e alla formazione rock classica, e si erano fissati con gli anni sessanta. Qualche eccezione c’era: un pugno di nuove band aveva ancora fede negli ideali post-punk; l’industrial come genere continuava a crescere; certe figure chiave dell’era postpunk come i Cabaret Voltaire e Mark Stewart seguitavano a fare musica in continuità con le idee del post-punk. Forse si sarebbero potuti vedere Madonna o i Pet Shop Boys come «New Pop tardivo»: moderni ritmi dance + testi eruditi
+ giochi neo-glam con l’immagine e l’identità. Ma la maggioranza della gente influente e al passo con i tempi era occupata a rielaborare il passato del rock. Soprattutto, erano ossessionati dagli anni sessanta.

10/08/11

Quando arriva la rivoluzione?

I movimenti rivoluzionari della cultura pop esercitano il loro impatto più ampio quando il loro «slancio» si esaurisce, nel momento cioè in cui le idee escono dalle élite alternative metropolitane e dalle conventicole intellettualoidi di cui originariamente erano esclusivo appannaggio per diffondersi a livello periferico e regionale. La controcultura e le idee radicali degli anni sessanta, per esempio, erano molto più in voga durante la prima metà dei settanta, quando portare i capelli lunghi e assumere droghe divenne pratica comune, quando il femminismo penetrò nella cultura popolare attraverso film e programmi televisivi sulle «donne indipendenti».

Da Post-punk 1978-1984 di Simon Reynolds, pag xv.

05/08/11

Simon Reynolds: RETROLOGIA #1



Ecco un interessante estratto dall'introduzione a Retromania di Simon Reynolds: «Il Ri-decennio». Un concetto chiave del suo ultimo libro, che viene ripreso e approfondito nella Retrologia, che pubblichiamo a puntate qui sul blog.

«Invece di spalancare le porte del futuro, i primi dieci anni del XXI secolo hanno finito per qualificarsi come il «Ri-decennio»: revival, ristampe, remake, ricostruzioni. Per non parlare del perenne sguardo retrospettivo: ogni annata ha portato un profluvio di anniversari con corollario di biografie, memorie, rockumentari, biopic e numeri commemorativi di riviste. Senza dimenticare i gruppi riformati, si trattasse di reunion tour per rimpinguare (o gonfiare ulteriormente) il conto in banca (Police, Led Zeppelin, Pixies... l’elenco è infinito) o del preludio a un ritorno in studio di registrazione per rilanciare la carriera (Stooges, Throbbing Gristle, Devo, Fleetwood Mac, My Bloody Valentine e così via).»

Reynolds approfondisce con un meticoloso calendario di eventi musicali dal 2000 a oggi (anzi, a tutto il 2012) all'insegna del revival:

«Retrologia» (parte prima)
2000/Aprile: Apre allo Smithsonian Institution il Memphis Rock’n’Soul Museum >>>> 2000/Maggio: Esce The Filth And The Fury, documentario sui Sex Pistols, primo capitolo di una trilogia di documentari punk diretti da Julien Temple, regista di The Great Rock’n’Roll Swindle >>>> 2000/Giugno: Apre a Seattle l’Experience Music Project, enorme museo rock’n’pop fondato da Paul Allen, miliardario magnate dell’informatica >>>> 2001/Luglio: I White Stripes, revivalisti garage-rock, pubblicano l’album «White Blood Cells», strepitoso e acclamatissimo successo commerciale >>>> 2001/Novembre: Here and Now, una parata nostalgica che promette «The Very Best of the 80’s», va in tour nel Regno Unito, ripescando star come Paul Young, Kim Wilde, Curiosity Killed the Cat, Heaven 17, Go West, T’Pau e Nick Heyward e facendoli esibire davanti a 60000 persone in sette arene >>>> 2002/Febbraio: «Spring Term», una compilation nata dallo School Disco, un club stile anni settanta/ottanta, arriva al numero 1 nel Regno Unito >>>> 2002/Aprile: Esce 24 Hour Party People, una sorta di «biopic collettivo» incentrato su Tony Wilson, capo della Factory Records, ma dedicato a Joy Division, Martin Hannett, Happy Mondays e all’Hacienda >>>> 2002/Maggio: La moda del mash-up entra nel mainstream quando le Sugababes toccano il numero 1 con Freak Like Me, una «cover» di We Don’t Give a Damn About Our Friends di Richard X alias Girls on Top, a sua volta un mash-up di Are Friends Electric? di Gary Numan e Freak Like Me di Adina Howard >>>> 2002/Luglio: 40000 persone, molte delle quali in cravatta scolastica e gonna plissettata, accorrono a Clapham Common per School Fields, il festival nostalgico di School Disco >>>> 2003/Marzo: File Under Sacred Music, un evento presentato dai giovani artisti britannici Iain Forsyth e Jane Pollard all’ICA di Londra, rimette in scena un concerto tenuto dai Cramps nel 1978 al Napa State Mental Institute della California >>>> 2003/Marzo: Apre al pubblico 251 Menlove Avenue, la casa d’infanzia di John Lennon a Liverpool, acquistata da Yoko Ono, donata al National Trust e meticolosamente ricostruita in stile anni cinquanta >>>> 2003/Novembre: Esce «Let It Be... Naked», l’ultimo album dei Beatles ripubblicato senza le sovrincisioni e le fioriture orchestrali aggiunte da Phil Spector a posteriori >>>> 2004/Dicembre: I Doors of the 21st Century – Ray Manzarek e Robbie Krieger più Ian Astbury dei Cult come surrogato di Jim Morrison e Stewart Copeland dei Police alla batteria – suonano alla Wembley Arena, l’apice di un anno di tour spremi-leggenda. Il batterista originale John Densmore e il Morrison Estate si oppongono e vincono un’ingiunzione contro l’uso del nome Doors >>>> 2004/Primavera-estate: I Pixies si riformano per un tour che li porta in Stati Uniti, Brasile e Giappone, una reunion emotivamente difficile raccontata nel documentario loudQUIETloud >>>> 2004/Settembre: Brian Wilson pubblica «SMiLE», un tentativo di completare (insieme a Dyke Parks) il leggendario «Smile», l’album incompiuto dei Beach Boys iniziato nel 1966 >>>> 2004/Ottobre: Chronicles, Volume 1, il primo capitolo dell’autobiografia di Bob Dylan, viene pubblicato con grande successo >>>> 2005/Febbraio-Novembre: Il reunion tour dei Mötley Crüe incassa quasi 40 milioni di dollari, l’undicesimo tour più redditizio dell’anno >>>> 2005/Marzo: I Queen si imbarcano in un lunghissimo tour mondiale con Paul Rodgers (Free/Bad Company) al posto dello scomparso Freddie Mercury >>>> 2005/Luglio: No Direction Home: Bob Dylan, il documentario in due parti di Martin Scorsese sul Dylan degli anni sessanta, diventa un successo globale >>>> 2005/Agosto-Settembre: Don’t Look Back, prima stagione degli album classici eseguiti dal vivo secondo la scaletta originale: «Funhouse» degli Stooges, «Entertainment!» dei Gang of Four e «You’re Living All Over Me» dei Dinosaur Jr >>>> 2005/Ottobre: I tre concerti dei Cream al Madison Square Garden incassano 10,6 milioni di dollari >>>> 2005/Dicembre: Il singolo Talk dei Coldplay ricicla la sequenza di accordi di Computer Love dei Kraftwerk (1980), con la benedizione dei pionieri tedeschi del synthpop» [...]

02/08/11

Cos'è questo blog



Perché questo blog? Perché da tempo Isbn Edizioni voleva parlare di musica non solo con i libri, ma anche attraverso un un sito che diffondesse un certo tipo di cultura musicale e che offrisse contributi originali sulla scena musicale internazionale, dagli anni settanta ai giorni nostri.
E poi, perché pensiamo che Simon Reynolds sia uno dei più importanti giornalisti musicali contemporanei, e ci piacerebbe diffondere quanto più possibile la sua opera: attraverso post relativi ai suoi libri, commenti, estratti e riflessioni, videoclip da YouTube, schede di gruppi, discografie e piccole monografie per orientarsi all'interno dell'universo Reynolds e della musica da lui analizzata.
Insomma,  una sorta di mega-archivio di contributi musicali e non solo, che si svilupperanno partendo dalla mappa dettagliata e stratificata che Simon Reynolds traccia all'interno dei volumi Post-Punk 1978-1984, Hip-hop-rock 1985-2008, Totally Wired fino all'ultimo, Retromania, in uscita il 15 settembre per Isbn Edizioni.
Buona lettura.