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28/11/11
Da Wired: Video-incontro con Simon Reynolds
Simon Reynolds: Ci piacciono molte cose ma non amiamo più nulla:
20/10/11
Sempre sul Synth Pop
Una raccolta delle migliori canzoni (e video) sul tema Synth Pop:
Darkstar: Gold
The XX - Islands
School of Seven Bells - Half Asleep
Fischerspooner - Emerge
M83 - We Own the Sky
09/09/11
I Dr. Feelgood e il Pub Rock
Signor Hulot oggi ci parla di Pub Rock.
Reynolds è un critico fuori del comune perché riesce a tenere assieme, nei suoi libri, un discorso teorico ambizioso e la capacità di far emergere dalla grande corrente del pop e del rock una serie di percorsi alternativi. Con erudizione sorprendente (ma mai fine a se stessa), Reynolds è capace di mettere in relazione mondi musicali molto diversi, rendendo la lettura dei suoi libri un viaggio entusiasmante nella musica di ieri e di oggi. Retromania non fa eccezione, e, accanto al tema centrale del libro – la difficoltà da parte della musica di oggi di ritrovare un'autentica capacità di "rompere" con il passato – Reynolds dispone una serie di sottotrame che dimostrano come il rapporto di attaccamento amorevole e un po' ossessivo con il passato sia parte integrante della storia della cultura pop.
Reynolds parla ad esempio del Pub Rock, un mix energetico di rhythm and blues, rock 'n' roll delle origini, elettricità hard e carica adrenalinica degna dei primi mod (un paio di nomi, Nick Lowe e Ian Dury).
Il Pub Rock è nato all'inizio degli anni settanta e si è proposto come alternativa rispetto alla tendenza dominante dell'underground del tempo, vale a dire quella vena di progressive jazzato che aveva portato, ad esempio, alla nascita della scuola di Canterbury (Soft Machine, Hatfield & the Nord). Il pub rock proponeva un ritorno ai fondamentali del rock (e per questo se ne parla in Retromania): niente orpelli né virtuosismi da universitari o da studenti di art school, ma una grande carica energetica attinta direttamente dalla fonte del rock 'n' roll anni cinquanta e dai gruppi inglesi che lo avevano ripreso negli anni sessanta, come Johnny Kidd & The Pirates.
Il più celebre gruppo pub rock sono stati senza dubbio i Dr. Feelgood, quattro dandy da periferia industriale con una fissa per il rythm and blues. Venivano da Canvey Island, una cittadina depressa nell'estuario del Tamigi, famosa per un grande terminale petrolifero e per le industrie petrolchimiche (e infatti il documentario del 2010 di Julian Temple sul gruppo si intitola Oil city confidential). Proprio la loro origine fieramente proletaria, associata a un gusto per gli eccessi, li rese subito gli idoli della popolazione bianca working class che, ancora in attesa del punk, non apprezzava molto le raffinatezze arty di Bowie o dei Roxy Music.
Il loro nome veniva dal bluesman Willie "Dr. Feelgood" Perryman (ed era anche lo slang per l'eroina). Mischiavano rudezza e strafottenza protopunk ed eleganza da mod, con pantaloni stretti, giacche e scarpe a punta (e ai mod li accomunava la passione per le anfetamine). Le facce dicevano tutto: John B. Sparks, il bassista, sfoggiava dei baffoni da biker, The Big Figure, il batterista, era una versione debosciata di un personaggio tarantiniano. Ma i fari del gruppo erano gli altri due. Wilko Johnson, una specie di beat smilzo fuori tempo massimo, con un caschetto beatlesiano e uno stile nervoso: suonava la chitarra senza plettro, riuscendo a imprimere ai pezzi una dinamica stranissima, con rasoiate che facevano sfociare il riff in mini assoli. E Lee Brilleaux, voce grattata e occhi allucinati, che amava vestirsi di bianco e sfoggiava una grinta tale e quale a quella del DCI Gene Hunt di Life on Mars. Dal vivo il gruppo era una macchina potente e rabbiosa, come una grossa Triumph senza marmitta, pronta a lanciarsi lungo la foce sabbiosa del Tamigi.
Il loro primo disco, Down by the Jetty uscì nel 1975 (registrato in mono, da veri retromaniaci). Seguirono poi Malpractice, nello stesso anno (copertina fantastica, in bianco e nero, coi quattro davanti alla vetrina di un parrucchiere) e il live Stupidity, del 1976, che li portò in cima alle classifiche inglesi. Il gruppo farà ancora qualche bel disco, ma nel 1977 esplode il punk, Wilko esce dal gruppo ed è già troppo tardi per il pub rock. Lee Brilleaux è morto nel 1995, di cancro. Il gruppo, nella sua forma originale, non esisteva più da parecchio tempo.
Ma all'eternità sono consegnati da She does it right, la bomba che apriva il primo disco. Date un'occhiata, nel video, ai movimenti a scatti, da fatti duri di anfetamina, la camminata di Wilko con la chitarra, Lee che scatta come una marionetta impazzita, gli altri due che danno il tempo. Ascoltate il suono della chitarra, già elettricità post punk. Capirete la grandezza di questi quattro.
02/09/11
Britpop rewind #2
Seconda puntata del viaggio nel Britpop, realizzata da Signor Hulot.
The Charlatans – The Only One I Know. I Charlatans se la giocavano con gli Stone Roses nel campo del revival sixties in salsa madchester. Questa è puro groove di basso e batteria più organo vintage alla Traffic per tenere in piedi una litania psichedelica perfetta.
The Sundays – Here's where the story ends. Svenevolezze smithsiane. Non pretendiamo il livello dei maestri, ma la canzone è un gioiellino melodico praticamente perfetto, e quando la voce di Harriet Wheeler sale un brividino ce lo concediamo.
Suede – So Young. L'altro volto del glam anni novanta: se Jarvis Cocker era lo stile della working class, Brett Anderson è la perversione. Il gusto per l'androginia e il culto pansessuale (uno dei film preferiti di Anderson era Performance di Nicholas Roeg, dateci un'occhiata) sono presenti in tutte le loro canzoni, anche nella torbida So Young. Inno alla giovinezza, certo, ma "Let's chase the dragon" si riferisce al fumare l'eroina. O pensavate fosse un inno tolkieniano?
Supergrass - It's Alright. Difficile anche oggi ascoltare una canzone più energetica di questa. Pop rock solare, con piano ribattuto e spirito tra Kinks e T-Rex. Con un video, loro che corrono in bicicletta per la campagna e fluttuano sul bagnasciuga, che non può non mettere allegria.
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22/08/11
Simon Reynolds intervista Simon Reynolds
Simon Reynolds nella sua carriera di giornalista musicale ha scritto un numero indefinito di articoli e ha intervistato decine e decine di artisti. Ma una volta gli è anche capitato di intervistare se stesso, come in Totally Wired. Ecco la prima, interessante domanda che Simon Reynolds ha fatto a Simon Reynolds:
Come hai definito il «post-punk»? Sembra un’entità piuttosto… nebulosa.
Il modo in cui l’ho definito in linea di massima è questo: gruppi che erano stati catalizzati dal punk ma che non suonavano punk rock in modo classico, tipo Pistols/Clash. Non sarebbero esistiti se il punk non gli avesse fornito la spinta iniziale, dandogli la sicurezza di fare da sé, però interpretavano il punk come l’imperativo di continuare a cambiare. La grossa eccezione a questa definizione di «catalizzati dal punk» – e che quindi richiedeva una definizione di secondo livello – erano quelle band, come i Devo e i Cabaret Voltaire, che già esistevano anni prima dell’avvento del punk ma che trovarono un pubblico solo dopo, quando il punk ebbe creato una maggiore apertura, e che di conseguenza sono sempre state considerate «post-punk». C’erano diversi livelli in quella apertura. Il punk aveva creato un pubblico affamato di musica stimolante, di estremi di tutti i tipi. Aveva dato uno scossone alle major, che ora si prendevano più facilmente il rischio di mettere sotto contratto una band innovativa, per paura di rimanere indietro. Infine, il punk aveva innescato l’esplosione delle etichette indipendenti, che rappresentavano una rete di distribuzione per tutti quei tipi di musica bizzarra che altrimenti avrebbero dovuto sostenersi con le sole vendite per corrispondenza ma che ora potevano invece raggiungere un pubblico notevolmente più numeroso. Questi tipi di musica avevano anche la possibilità di «significare» in un contesto molto più espanso e ricco di energie.
Forse il modo migliore per pensare al post-punk non è nei termini di un genere ma in quelli di uno spazio di possibilità, dal quale è emerso uno spettro di nuovi generi: dark, industrial, synthpop, mutant disco e altri. Poiché è uno spazio – o forse un discorso sulla musica, più che uno stile musicale – ciò che unisce tutte queste attività è un insieme di imperativi indefiniti: innovazione, eccentricità intenzionale; il rifiuto di tutte le cose che avevano precedenti o che erano «rock’n’roll». Questa indefinitezza incoraggiava la varietà e la divergenza, tanto che alla fine del periodo coperto dal libro la distanza fra un frammento e l’altro del post-punk è diventata molto grande: dal dark al New Pop, dalla «big music» di U2 e Bunnymen alla seconda ondata dell’industrial… Tutti si sono dispersi e hanno preso ognuno la propria strada, spesso del tutto antitetica alle direzioni prese dagli altri. Ma il punto d’origine comune, il mitico luogo dell’unione perduta, è il punk. È il punk il punto di accensione. Il Big Bang.
Perché fermarsi al 1984? La periodizzazione è una faccenda complicata su cui gli storici hanno scritto libri interi: «Che cos’è un’era?», «In quali circostanze si può isolare un segmento temporale come un’epoca definita o delineare uno “spirito dei tempi”?». I periodi sono confusi su entrambe le estremità; si fondono gradualmente per poi sgretolarsi, senza mai sparire del tutto. Nel 1984, però, mi sembrava che ormai le idee e le energie sia del post-punk che della sua inseparabile seconda fase, il New Pop, avessero fatto il loro corso. La maggior parte del gusto all’avanguardia – i musicisti, la critica, i fan – si stava spostando in una direzione rétro. Lo stesso genere di persone che diversi anni prima avrebbe potuto essere nei PiL, negli Scritti, nei Gang of Four, negli Human League non si interessava più della black music contemporanea e non esplorava più l’elettronica; i musicisti erano tornati alla chitarra e alla formazione rock classica, e si erano fissati con gli anni sessanta. Qualche eccezione c’era: un pugno di nuove band aveva ancora fede negli ideali post-punk; l’industrial come genere continuava a crescere; certe figure chiave dell’era postpunk come i Cabaret Voltaire e Mark Stewart seguitavano a fare musica in continuità con le idee del post-punk. Forse si sarebbero potuti vedere Madonna o i Pet Shop Boys come «New Pop tardivo»: moderni ritmi dance + testi eruditi
+ giochi neo-glam con l’immagine e l’identità. Ma la maggioranza della gente influente e al passo con i tempi era occupata a rielaborare il passato del rock. Soprattutto, erano ossessionati dagli anni sessanta.
16/08/11
Britpop rewind #1
Signor Hulot ha messo insieme un interessante collage del sound Britpop attraverso le intuizioni di Simon Reynolds in Hip-hop rock.
Vi ricordate il brit-pop? Blur contro Oasis, Blair e la cool Britannia (per alcuni la luce alla fine il tunnel tory, per altri la dimostrazione che la Thatcher aveva vinto in modo definitivo), il recupero di una continuità tipicamente inglese, tra Kinks, Beatles, Stones, Traffic, T-Rex e Roxy Music. Morrissey come fratello maggiore e gli Stone Roses come prime movers. Ecco qui allora una breve rassegna sull'altro brit-pop, quello lontano da Damon Albarn e dai fratelli Gallagher. Canzoni che hanno avuto un grande successo ma che ora, passato un po' di tempo, rischiano di essere dimenticate.
Reynolds racconta a modo suo il brit pop in varie parti di Hip-hop rock
Pulp - Common People. I Pulp non ce li dimentichiamo di certo, e Common People rimane il capolavoro assoluto di quegli anni. Orgoglio working class contro le ragazzine bene che giocano a fare le alternative. Vi dice niente? Che poi la musica sia quasi kraut rock (quella batteria e quella tastiera...) è quasi un dettaglio e che Jarvis sia un Brian Ferry dinoccolato, dove lo mettiamo?
Elastica – Stutter. Come capita spesso, un gruppo a prevalenza femminile che lascia sui blocchi di partenza molti maschietti un po' troppo intenti a guardarsi l'ombelico. Tra i pochi gruppi brit pop a non far finta che il punk non sia esistito, e lo si capisce dalle chitarre taglienti di Justine Frischmann e Annie Holland, una rarità nel genere.
The La's - There She Goes. Morbidi arpeggi di chitarra sixties e melodia che entra in testa. Classicismo inglese da questi figli di Liverpool e del Merseybeat. Dimenticavo: parla dell'abuso di eroina.
Divine Comedy – Tonight We Fly. Neil Hannon è un genio del pop sinfonico e della satira british. Come se i Kinks fossero suonati da Michael Nyman in un teatrino che dà le commedie di Noel Coward. Tonight we Fly tiene fede al testo e fa volare, forse sopra i tetti di Londra.
12/08/11
Devo: la de-evoluzione della musica
I Devo si piazzano con ferocia e impatto devastante nella storia della musica, possiamo dire quasi con un solo disco (al massimo due, i primi due ovviamente). Abili mescolatori di generi e creatori di un mondo de-umanizzato, de-umanizzato e de-evoluto, fatto di robot che si muovo meccanici e non rappresentano affatto il progresso della società. Da qui appunto il nome Devo, da De-Evolution.
Cosa erano i Devo? Feroci testimoni di un mondo in cambiamento statico, che sembra andare avanti ma nella migliore delle ipotesi resta fermo (o lentamente regredisce) e che rispondevano alla visione androide-futuristica dei Kraftwerk in Germania con uno stile e un’interpretazione della musica incredibilmente forte e originale, con testi notevoli e un sound elettronico-ossessivo indimenticabile, soprattutto nel loro primo disco-manifesto, Are We Not Men del 1978, il loro capolavoro indiscusso.
Le canzoni dei Devo, così punk, così rock e così elettroniche allo stesso tempo, rompevano in modo satirico con i modelli e la società della fine degli anni 70 che si stava per affacciare sugli 80.
La band si era formata nel 1972 ad Akron. I membri principali erano tre, Mark Mothersbaugh, Bob Lewis e Gerald Casale. E come racconta proprio Gerald Casale parlando della nascita del gruppo, in una delle interviste inserite in Totally Wired di Simon Reynolds (Isbn 2010), “c’è stata l’art nouveau e l’art déco, ora ci sarà l’art devo. Rientrava in quell’ambito della trasgressione artistica, l’arte performativa, il fetish – prendere dalla cultura pop immagini che per l’arte di alto livello erano inaccettabili ed elevarle.”
Casale parla anche del concetto di De-evoluzione secondo i Devo: “Sono cresciuto in un ambiente fortemente proletario ma non ero uno stupido. Sono stato esposto a delle cose buone e le ho portate con me. Ad aver vissuto nel sudiciume della politica statunitense degli anni sessanta, con la catena di omicidi e l’ascesa della destra, se avevi letto libri come 1984 e Il mondo nuovo e La fattoria degli animali e provavi a mettere tutto insieme… Vedemmo il proliferare delle multinazionali nel nostro «paese democratico», la manipolazione dei media, pensavamo che le cose stessero andando all’indietro. Sembrava che l’evoluzione fosse una cazzo di barzelletta. Nel migliore dei casi la storia era un qualcosa di discontinuo e ciclico. E noi stavamo attraversando un ciclo di devoluzione.” E ancora: “Cercammo di fare musica devoluta. Voleva dire spogliarsi di tutti gli artifizi, le convenzioni e gli istrionismi delle brutte formazioni da stadio. Facevamo suonare il nostro batterista con un braccio legato alla vita. Provavamo in una cantina e cercavamo di usare il minor numero possibile di suoni, ma intrecciati, così che si potesse sentire ogni singolo suono distintamente invece che il tipico muro di suono. Le regole erano quelle. E le parole dovevano essere su questioni reali, sul mondo contemporaneo e idee vere che non si fossero sentite prima. Come Devo avevamo questa sorta di Manifesto. […] eravamo quasi arrivati dove siamo adesso, in una società feudale e corporativa. Adesso non c’è nessuna reale libertà, solo la libertà del consumatore. Mi capitava di pensare che le cose non dovevano necessariamente andare come stavano andando e che era uno scontro ad armi pari. Ero ingenuo. A quel punto le possibili scelte erano due, o unirsi al Weather underground e cominciare a cercare di assassinare qualcuna di quelle persone malvagie, perché quello era il loro modus operandi – uccidere chiunque cercasse di fare la differenza in questa società o di dare speranza alla gente – oppure dare una folle risposta creativa stile Dada. I Devo erano questo.”
Ed ecco che prende vita l’estetica e la musica e l'immaginario dei Devo: i loro vestiti da robot, i movimenti meccanici e ripetitivi nei live, nessuna speranza per il futuro, canzoni che penetravano nella mente dell’ascoltatore, un sound tecnologico, futuristico e disumanizzato, ma tremendamente intrigante e un’immaginario che conquistò i fan della New Wave e risulta attuale anche oggi. Album incredibili che ancora oggi entrano in testa, con tutta la loro potenza.
L’esordio Are We Not Men (1978), è davvero il loro manifesto, con una serie di canzoni incredibili e indimenticabili (Uncontrollable Urge, Gut Feeling, Sloppy; Mongoloid, Jocko Homo e soprattutto la cover di Satisfaction dei Rolling Stone. Ed è senza dubbio il disco più importante del gruppo, che negli album successivi inizia a offrire un sound meno geniale e graffiante. La loro carriera continua con Duty Now For The Future (1979), Freedom Of Choice (1980), New Traditionalists (1981), Oh No It's Devo (1982), Shout (1984), Total Devo (1988), Smooth Noodle Maps (1990), fino all’ultimo disco, dopo vent’anni esatti dal penultimo: Something for Everybody del 2010.
DISCOGRAFIA
Are We Not Men (1978)
Duty Now For The Future (1979)
Freedom Of Choice (1980)
New Traditionalists (1981)
Oh No It's Devo (1982)
Shout (1984)
Total Devo (1988)
Smooth Noodle Maps (1990)
Something for Everybody (2010)
Freedom Of Choice (1980)
New Traditionalists (1981)
Oh No It's Devo (1982)
Shout (1984)
Total Devo (1988)
Smooth Noodle Maps (1990)
Something for Everybody (2010)
11/08/11
Il Northern Soul
Signor Hulot ha scritto per il nostro blog un interessante articolo su un genere musicale che Simon Reynolds analizza con dovizia di particolari e aneddoti in Retromania: il Northern Soul.
Mentre nelle discoteche del sud dell'Inghilterra si ballava sui groove di Sly & The Family Stone e la musica nera dominante era piena di funk, nel piovoso nord i ragazzi e le ragazze della working class passavano i fine settimana a ballare sul quattro quarti del northern soul in locali come il Blackpool Mecca e il Wigan Casino. È una delle storie che Reynolds racconta in Retromania, ed è perfetta per comprendere il senso del libro. La storia del pop, del rock e della dance music è piena di piccole alterazioni temporali generate dalla riscoperta di forme e generi musicali del passato, che di volta in volta vengono presentati come più autentici della musica maggiormente in voga in un determinato periodo.
Il northern soul era una ripresa di suoni soul del passato – le centinaia di dischi pseudo Motown prodotti nel corso degli anni sessanta – considerati come l'autentica sorgente del soul e della musica da ballare. Il movimento era caratterizzato dalla ricerca frenetica di new old songs, nuove vecchie canzoni, gioielli dimenticati, come Out on the Floor di Dobie Gray, What di Judie Street o il rarissimo Do I Love You? di Frank Wilson, capaci di riportare in vita un determinato momento del passato musicale (una tendenza ereditata dai mods). I dj del Northern Soul spesso toglievano l'etichetta dalle loro "ultime" scoperte, per impedire che i dj rivali scoprissero di quale canzone di trattava, e quando il pezzo misterioso veniva scoperto, i nemici ne stampavano delle copie per invadere il mercato e deprezzare il valore di novità della canzone stessa (Retromania è anche una storia dell'economia e del mercato pop). Gli amanti del northern soul, con eleganza neo-mod, usavano abiti a tre bottoni e camicie Ben Sherman, giravano in scooter e inghiottivano tonnellate di pillole, oltre a celebrare un culto della blackness che, paradossalmente, era molto distante dalla cultura nera che nel periodo era prevalente in America nei primi anni settanta, piena di pantaloni a zampa, capigliature afro e coloratissimo soul psichedelico. Ecco qui uno degli aspetti della retromania: fare di qualcosa che è già fuori moda la cosa più cool del momento. Uno dei risultati più incredibili fu che musicisti sconosciuti che non erano riusciti a sfondare con i loro dischi venivano invitati a suonare in Inghilterra, a volte dopo che avevano già abbandonato qualsiasi velleità di tipo musicale, trovandosi davanti centinaia di giovani in adorazione. Un riscatto tardivo a opera di cultori di suoni retro e nostalgici di quello che oggi forse chiameremmo vintage.
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