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13/12/11

Cosa diavolo ne sarà della mia collezione?



Un giorno la realtà mi ha colpito come un pugno in faccia: avevo accumulato un immenso archivio personale di prodotti audio.
Certo, potevo attribuirlo all’incessante fiume di dischi omaggio che ricevo per posta, ma la verità era che avevo imboccato questa strada ben prima di diventare un giornalista musicale. Nella Oxford di metà anni ottanta, da ex studente che viveva del sussidio di disoccupazione, registravo su cassetta gli lp delle biblioteche pubbliche, «giusto in caso»; poi, quando cominciai a guadagnarmi da vivere come freelance, presi a comprare ogni disco che mi incuriosiva.
Confesso, non senza vergogna, che alcuni sono ancora avvolti nella pellicola di plastica. (Ma non dimentichiamo che nel xx secolo Walter Benjamin – il grande filosofo del collezionismo, del curiosare nei negozi e di quello che oggi chiameremmo vintage shopping – sosteneva che «la non lettura dei libri» fosse un tratto distintivo del vero bibliomane, citando il caso di Anatole France, il quale ammetteva candidamente di aver letto a malapena un decimo dei volumi della sua biblioteca.) Quando il vinile riempie gli scaffali e i ripostigli di tutta la casa, quando hai altri dischi chiusi negli armadietti metallici in cantina, quando quindici anni dopo esserti trasferito negli Stati Uniti hai ancora un box a Londra pieno di cd, cassette, lp e singoli... be’, è ora di affrontare la realtà. Sei un collezionista, per giunta cronico, e hai superato da un pezzo la fase in cui non era che un semplice passatempo gestibile e salutare. Un accumulo così gigantesco di musica registrata esercita inevitabilmente una certa pressione subliminale. Inizi a chiederti non già se riuscirai a fare nuove scoperte, ma se ti rimangono abbastanza giorni da vivere per poter riascoltare almeno una volta le cose che ti piacciono.
L’equivalente musical-ossessivo della crisi di mezza età è quando tutte quelle potenziali meraviglie impilate sulle mensole smettono di darti piacere e cominciano a somigliare a messaggeri di morte.
Ironia crudele, perché l’interpretazione psicanalitica standard del collezionismo compulsivo lo vede come un tentativo di scongiurare la morte, o quantomeno di rimuovere quelle ansie astratte e inconsolabili spesso radicate nei sentimenti di smarrimento infantile. Avere tanta roba, secondo la logica inconscia, ci protegge dalla perdita, ma questa stessa roba un giorno finirà per ricordarci l’ineluttabilità della perdita. «L’idea di morire mi terrorizza» dice Gareth Goddard, collezionista e fondatore dell’etichetta di ristampe Cherrystones. «Perché penso: “Cosa diavolo ne sarà della mia collezione?”».
Lo confesso, il pensiero della fine che faranno i miei dischi quando non ci sarò più a volte mi balugina nella mente. Non che mia moglie non avrà questioni molto più urgenti da affrontare, ma quante
volte le ho ripetuto che non dovrà portarli al primo centro dell’Esercito della Salvezza. Sono consapevole del loro valore, ma non è solo questo: è il timore che i miei preziosi dischi vengano maltrattati. A livello profondo, è come se Gareth Goddard e io fossimo già in lutto per la nostra scomparsa. I dischi sono noi, rappresentano una porzione rilevante di ciò che abbiamo fatto del nostro tempo su questo pianeta, le ore d’impegno e amore di cui nessuno sa.

Retromania, pag. 114-115

31/10/11

Economia e politica del sample #1



Nuovo post del Signor Hulot, questa volta alle prese con il tema dei sample e della lettura che ne fa Simon Reynolds in Retromania:

Il tema più esplicitamente politico del libro viene fuori proprio nell'ultima parte di Retromania, con la critica del concetto di sample (o meglio, la critica dell'elogio indiscriminato del sample come momento di liberazione dalle strettoie della musica suonata) in relazione alla gentrification. Il termine viene utilizzato in ambito sociologico e urbanistico per descrivere un fenomeno molto specifico: i bianchi arrivano nelle zone residenziali in cui vivevano i neri e questi vanno via, come nel gioco dei quartieri delle grandi città che diventano a turno zone bene o zone male a seconda che ci vivano bianchi (o la borghesia nera) oppure neri e working class. In generale, è un fenomeno per cui una classe più abbiente acquisisce beni di una classe meno abbiente a basso prezzo in zone squalificate, per poi riqualificarle facendo salire il prezzo (e allontanando in questo modo gli abitanti originari). Specchio perfetto di questo fenomeno è un certo tipo di trip-hop che, dopo essere stato la musica delle crew di Bristol, è diventato poi qualcosa di pericolosamente simile a una musica lounge per gli anni novanta, cocktail music da ascoltare in sottofondo mentre si prende un mojito (un po' come l'acid jazz), magari poco prima di andare a ballare in spiaggia. Da musica da strada a musica per party dei ragazzini bene. Questa deriva del trip-hop (SR lo dice anche in Energy flash) è un perfetto caso di gentrification, in cui il dj o il musicista (spesso bianco o comunque benestante) si riappropria, sia pure per un atto di amore, dei beat dell'hip-hop nero per utilizzarli all'interno di un contesto diverso.
Per dirla in modo brutale, è così liberatorio o rivoluzionario che un ragazzino che ha ricevuto un sampler in regalo per Natale campioni un beat suonato in carne ossa e sudore da un session man sottopagato negli anni settanta? Reynolds lavora attorno a questa domanda senza arrivare a una risposta definitiva. La questione fa problema, non porta soluzioni troppo facili. Certo è che dopo anni di retorica "liberatoria", secondo in cui il sample era la rivincita dell'underdog, il sottoproletario musicale privo di qualsiasi formazione o competenza tecnica che, grazie al piatto da dj, a un sampler o a un sintetizzatore, riesce ad appropriarsi della musica suonata da altri per usarla come elemento combinatorio all'interno della sua creazione, la questione sembra ribaltarsi. I veri "proletari" sembrano essere i musicisti che hanno suonato realmente la musica, mentre sono gli utilizzatori dei sample ad essere dalla parte del "potere" e a prelevare con un solo click il frutto del lavoro altrui. Il linguaggio che Reynolds utilizza per parlare di questo fenomeno è provocatoriamente asettico e clinico: "La «sostituzione sonora» fa pensare alla sostituzione artificiale di una parte del corpo, e in effetti la precisione e la sterilità della procedura [di sampling] ricordano la più avanzata chirurgia dei trapianti di organo, dei tessuti artificiali e delle protesi". (pag. 327).
Questa asetticità emerge bene in Safe From Harm, dei Massive Attack (certo un esempio di trip-hop di altissimo livello), in cui si usa un frammento di Stratus di Billy Cobham, spogliato dalle digressioni jazz, per farlo diventare puro concentrato ritmico. Il detournement del battito originale diventa, allo stesso tempo, un omaggio all'originale, ma anche un tradimento dell'intenzione del musicista. Ma ci potrebbero essere infiniti altri esempi, penso solo all'uso del funk rock di Release the beast dei Breakwater da parte dei Daft Punk (in Robot Rock): perde in groove e acquista potenza mutante. Che in questo modo il sample dia una nuova vita all'originale o che sia un modo per imbalsamarlo e sterilizzarlo, è una questione che rimane aperta. 


Breakwater - Release the Beast

 


Daft Punk - Robot Rock

20/10/11

Sempre sul Synth Pop



Una raccolta delle migliori canzoni (e video) sul tema Synth Pop:

Darkstar: Gold




The XX - Islands



School of Seven Bells - Half Asleep



Fischerspooner - Emerge



M83 - We Own the Sky

28/09/11

Ossessione per l'antichità


Da Retromania, pag. 13:

La storia ha conosciuto altre epoche ossessionate dall’antichità – dalla venerazione rinascimentale per il classicismo romano e greco al medievalismo del movimento dark –, ma non è mai esistita una società umana così fissata con i prodotti culturali del passato immediato. Ecco cosa distingue il rétro dall’antiquariato e dalla storia: una fascinazione per le mode, le manie passeggere, i suoni e le star abbastanza vicini nel tempo da poterli ricordare. L’oggetto di questa ossessione si configura in maniera sempre più netta come la cultura pop che abbiamo già vissuto consapevolmente, al contrario di ciò che ascoltavamo acriticamente da bambini.
Questo genere di retromania è diventato una sorta di forza dominante nella nostra cultura, tanto che oggi abbiamo la sensazione di aver raggiunto un punto di svolta. La nostalgia blocca la nostra capacità culturale di guardare avanti, oppure siamo nostalgici perché la cultura ha smesso di progredire, costringendoci a concentrare l’attenzione su epoche più movimentate e dinamiche? Cosa succederà quando saremo a corto di passato? Siamo destinati a una sorta di catastrofe cultural-ecologica, una volta esaurito l’orizzonte della storia pop? E di tutte le novità degli ultimi dieci anni, quali andranno ad alimentare i capricci nostalgici di domani?

23/08/11

L’età dell’oro

Per sapere se vivi in un’età dell’oro, basta rispondere a una domanda: hai la sensazione che durerà per sempre? Non vedi una sola ragione al mondo perché debba finire? È un’illusione, naturalmente, come la fugace magia dell’innamoramento. Ma è così che si sentiva chi nei primi anni ottanta era giovane, inglese e malato di musica pop.
Simon Reynolds, da Post-punk 1978-1984, Isbn Edizioni


16/08/11

Britpop rewind #1



Signor Hulot ha messo insieme un interessante collage del sound Britpop attraverso le intuizioni di Simon Reynolds in Hip-hop rock.

Vi ricordate il brit-pop? Blur contro Oasis, Blair e la cool Britannia (per alcuni la luce alla fine il tunnel tory, per altri la dimostrazione che la Thatcher aveva vinto in modo definitivo), il recupero di una continuità tipicamente inglese, tra Kinks, Beatles, Stones, Traffic, T-Rex e Roxy Music. Morrissey come fratello maggiore e gli Stone Roses come prime movers. Ecco qui allora una breve rassegna sull'altro brit-pop, quello lontano da Damon Albarn e dai fratelli Gallagher. Canzoni che hanno avuto un grande successo ma che ora, passato un po' di tempo, rischiano di essere dimenticate.

Reynolds racconta a modo suo il brit pop in varie parti di Hip-hop rock

Pulp - Common People. I Pulp non ce li dimentichiamo di certo, e Common People rimane il capolavoro assoluto di quegli anni. Orgoglio working class contro le ragazzine bene che giocano a fare le alternative. Vi dice niente? Che poi la musica sia quasi kraut rock (quella batteria e quella tastiera...) è quasi un dettaglio e che Jarvis sia un Brian Ferry dinoccolato, dove lo mettiamo?


Elastica – Stutter. Come capita spesso, un gruppo a prevalenza femminile che lascia sui blocchi di partenza molti maschietti un po' troppo intenti a guardarsi l'ombelico. Tra i pochi gruppi brit pop a non far finta che il punk non sia esistito, e lo si capisce dalle chitarre taglienti di Justine Frischmann e Annie Holland, una rarità nel genere.



The La's - There She Goes. Morbidi arpeggi di chitarra sixties e melodia che entra in testa. Classicismo inglese da questi figli di Liverpool e del Merseybeat. Dimenticavo: parla dell'abuso di eroina.



Divine Comedy – Tonight We Fly. Neil Hannon è un genio del pop sinfonico e della satira british. Come se i Kinks fossero suonati da Michael Nyman in un teatrino che dà le commedie di Noel Coward. Tonight we Fly tiene fede al testo e fa volare, forse sopra i tetti di Londra.

12/08/11

Devo: la de-evoluzione della musica



I Devo si piazzano con ferocia e impatto devastante nella storia della musica, possiamo dire quasi con un solo disco (al massimo due, i primi due ovviamente). Abili mescolatori di generi e creatori di un mondo de-umanizzato, de-umanizzato e de-evoluto, fatto di robot che si muovo meccanici e non rappresentano affatto il progresso della società. Da qui appunto il nome Devo, da De-Evolution.
Cosa erano i Devo?  Feroci testimoni di un mondo in cambiamento statico, che sembra andare avanti ma nella migliore delle ipotesi resta fermo (o lentamente regredisce) e che rispondevano alla visione androide-futuristica dei Kraftwerk in Germania con uno stile e un’interpretazione della musica incredibilmente forte e originale, con testi notevoli e un sound elettronico-ossessivo indimenticabile, soprattutto nel loro primo disco-manifesto, Are We Not Men del 1978, il loro capolavoro indiscusso.
Le canzoni dei Devo, così punk, così rock e così elettroniche allo stesso tempo, rompevano in modo satirico con i modelli e la società della fine degli anni 70 che si stava per affacciare sugli 80.



La band si era formata nel 1972 ad Akron. I membri principali erano tre,  Mark Mothersbaugh, Bob Lewis e Gerald Casale. E come racconta proprio Gerald Casale parlando della nascita del gruppo, in una delle interviste inserite in Totally Wired di Simon Reynolds (Isbn 2010), “c’è stata l’art nouveau  e l’art déco, ora ci sarà l’art devo. Rientrava in quell’ambito della trasgressione artistica, l’arte performativa, il fetish – prendere dalla cultura pop immagini che per l’arte di alto livello erano inaccettabili ed elevarle.”



Casale parla anche del concetto di De-evoluzione secondo i Devo: “Sono cresciuto in un ambiente fortemente proletario ma non ero uno stupido. Sono stato esposto a delle cose buone e le ho portate con me. Ad aver vissuto nel sudiciume della politica statunitense degli anni sessanta, con la catena di omicidi e l’ascesa della destra, se avevi letto libri come 1984 e Il mondo nuovo e La fattoria degli animali e provavi a mettere tutto insieme… Vedemmo il proliferare delle multinazionali nel nostro «paese democratico», la manipolazione dei media, pensavamo che le cose stessero andando all’indietro. Sembrava che l’evoluzione fosse una cazzo di barzelletta. Nel migliore dei casi la storia era un qualcosa di discontinuo e ciclico. E noi stavamo attraversando un ciclo di devoluzione.” E ancora: “Cercammo di fare musica devoluta. Voleva dire spogliarsi di tutti gli artifizi, le convenzioni e gli istrionismi delle brutte formazioni da stadio. Facevamo suonare il nostro batterista con un braccio legato alla vita. Provavamo in una cantina e cercavamo di usare il minor numero possibile di suoni, ma intrecciati, così che si potesse sentire ogni singolo suono distintamente invece che il tipico muro di suono. Le regole erano quelle. E le parole dovevano essere su questioni reali, sul mondo contemporaneo e idee vere che non si fossero sentite prima. Come Devo avevamo questa sorta di Manifesto. […] eravamo quasi arrivati dove siamo adesso, in una società feudale e corporativa. Adesso non c’è nessuna  reale libertà, solo la libertà del consumatore. Mi capitava di pensare che le cose non dovevano necessariamente andare come stavano andando e che era uno scontro ad armi pari. Ero ingenuo. A quel punto le possibili scelte erano due, o unirsi al Weather underground e cominciare a cercare di assassinare qualcuna di quelle persone malvagie, perché quello era il loro modus operandi – uccidere chiunque cercasse di fare la differenza in questa società o di dare speranza alla gente – oppure dare una folle risposta creativa stile Dada. I Devo erano questo.”

Ed ecco che prende vita l’estetica e la musica e l'immaginario dei Devo: i loro vestiti da robot, i movimenti meccanici e ripetitivi nei live, nessuna speranza per il futuro, canzoni che penetravano nella mente dell’ascoltatore, un sound tecnologico, futuristico e disumanizzato, ma tremendamente intrigante e un’immaginario che conquistò i fan della New Wave e risulta attuale anche oggi. Album incredibili che ancora oggi entrano in testa, con tutta la loro potenza. 



L’esordio Are We Not Men (1978), è davvero il loro manifesto, con una serie di canzoni incredibili e indimenticabili (Uncontrollable Urge, Gut Feeling, Sloppy; Mongoloid, Jocko Homo e soprattutto la cover di Satisfaction dei Rolling Stone. Ed è senza dubbio il disco più importante del gruppo, che negli album successivi inizia a offrire un sound meno geniale e graffiante. La loro carriera continua con Duty Now For The Future (1979), Freedom Of Choice (1980), New Traditionalists (1981), Oh No It's Devo (1982), Shout (1984), Total Devo (1988), Smooth Noodle Maps (1990), fino all’ultimo disco, dopo vent’anni esatti dal penultimo: Something for Everybody del 2010. 



DISCOGRAFIA
Are We Not Men (1978)
Duty Now For The Future (1979)
Freedom Of Choice (1980)
New Traditionalists (1981)
Oh No It's Devo (1982)
Shout (1984)
Total Devo (1988)
Smooth Noodle Maps (1990)
Something for Everybody (2010) 




10/08/11

Quando arriva la rivoluzione?

I movimenti rivoluzionari della cultura pop esercitano il loro impatto più ampio quando il loro «slancio» si esaurisce, nel momento cioè in cui le idee escono dalle élite alternative metropolitane e dalle conventicole intellettualoidi di cui originariamente erano esclusivo appannaggio per diffondersi a livello periferico e regionale. La controcultura e le idee radicali degli anni sessanta, per esempio, erano molto più in voga durante la prima metà dei settanta, quando portare i capelli lunghi e assumere droghe divenne pratica comune, quando il femminismo penetrò nella cultura popolare attraverso film e programmi televisivi sulle «donne indipendenti».

Da Post-punk 1978-1984 di Simon Reynolds, pag xv.

09/08/11

Simon Reynolds: RETROLOGIA #2



Ecco un'altra carrellata degli eventi principali e dei fenomeni del «Ri-decennio».

«Retrologia» (parte seconda: 2006-2008)
«2006/Gennaio: Rock of Ages – un musical che sta all’hair metal del Sunset Strip anni ottanta come Grease sta al rock’n’roll anni cinquanta e Mamma Mia! agli Abba – debutta al Vanguard di Los Angeles. Journey, Bon Jovi, Twisted Sister, Poison, Whitesnake e altri sono gli autori dei cavalli di battaglia di mtv che compongono la colonna sonora della storia di «un leggendario rock club di Hollywood che va incontro alla morte per colpa delle voraci società immobiliari». Definito dal Los Angeles Times «una bomba di adrenalina rétro», lo spettacolo si sposta al Flamingo Hotel and Casino di Las Vegas (tutto esaurito per varie serate) e poi a New York e Broadway >>>> 2006/Marzo: Dopo essersi riuniti per una serie di concerti, i membri ancora in vita della formazione originale degli Stooges pubblicano «The Weirdness», il primo album dopo oltre vent’anni >>>> 2006/Marzo: VH1 Classic sponsorizza un doppio tour di Blondie e The New Cars (con Todd Rundgren alla voce al posto di Ric Ocasek, contrario al progetto). L’ultima raccolta dei successi di Blondie è promossa dal singolo Rapture Riders, un mash-up della loro hit disco-rap Rapture e di Riders on the Storm dei Doors >>>> 2006/Giugno: Love, lo spettacolo sui Beatles del Cirque du Soleil, debutta a Las Vegas >>>> 2006/Luglio: VH1 Classic trasmette un documentario sui Platinum Weird, leggendario e dimenticato gruppo soft rock antesignano dei Fleetwood Mac. Al film partecipano Mick Jagger, Elton John e Ringo Starr, ma la band immaginaria, lanciata qualche mese prima con finti siti web, è formata da Dave «Eurythmics» Stewart e Kara DioGuardi. In autunno esce l’album «Make Believe», dieci registrazioni «del 1974» >>>> 2006/Agosto: MTV festeggia il venticinquesimo compleanno rimandando in onda le sue prime ventiquattr’ore di programmazione (1 agosto 1981) >>>> 2006/Settembre: Elton John e Bernie Taupin pubblicano «The Captain & The Kid», il seguito di «Captain Fantastic & the Brown Dirt Cowboy», il concept album semi-autobiografico del 1975. Per quanto la title track proclami che «you can’t go back / and if you try it fails» (Non puoi tornare indietro / Se ci provi fai fiasco), l’album vende quasi il doppio del precedente «Peachtree Road» del 2004, a detta di Elton «probabilmente uno dei miei album meno venduti di tutti i tempi» >>>> 2006/Novembre: «Love», una raccolta di remix e mash-up di classici beatlesiani realizzata da George Martin insieme al figlio Giles come colonna sonora dell’omonimo spettacolo del Cirque du Soleil a Las Vegas, debutta al numero 4 di Billboard e al numero 3 delle classifiche inglesi >>>> 2006/Inverno: Lou Reed esegue dal vivo per la prima volta l’intero album «Berlin»; altrettanto fanno Martin Stephenson e i Daintees con il loro «classico» «Boat to Bolivia» >>>> 2006/2007/2008: Già riformatisi nel 1996 per il Filthy Lucre Tour, i Sex Pistols si riuniscono per cinque concerti nel Regno Unito e vari festival europei >>>> 2007/Febbraio: Jo Mitchell, giovane artista del Regno Unito, rimette in scena all’ICA di Londra Concerto for Voice and Machinery, la famigerata e turbolenta performance allestita da alcuni elementi dell’ensemble rumoristico tedesco Einstürzende Neubauten nel 1984 proprio all’ICA >>>> 2007/Marzo: I Cool Kids, una formazione retro-rap, pubblicano il primo ep «Totally Flossed Out». Il pezzo forte è 88, un omaggio all’annus mirabilis dell’hip hop (nonché anno di nascita di Mikey Rocks, l’elemento più giovane del duo). Il New York Times spiega che fanno parte di un movimento lo-fi, stile «ritorno all’età dell’oro del rap», insieme ai Kidz in the Hall e ai Knux, il cui Krispy Kream dichiara: «Abbiamo registrato le canzoni nella maniera peggiore in modo che avessero un certo sentimento, come un vecchio disco hip hop del 1990 o che so io» >>>> 2007/Aprile: I Rage Against the Machine si riuniscono per la serata finale del Coachella Valley Music and Arts Festival, in California >>>> 2007/Aprile: I Theatre of Hate vanno in tour per celebrare il venticinquennale dell’album «Westworld» >>>> 2007/Giugno: Esce «Memory Almost Full», il ventunesimo album di Paul McCartney, pieno di brani elegiaci quali Ever Present Past, Vintage Clothes, That Was Me e The End of the End. «Non ci resta che il passato, a ben vedere» dichiara McCartney in un’intervista >>>> 2007/Settembre: Retrofest, il primo festival britannico dedicato agli eighties, va in scena in un castello scozzese con «il più grande schieramento di artisti anni ottanta dopo il Live Aid»: Human League, Tony Hadley degli Spandau Ballet, ABC, Howard Jones, Kajagoogoo, Bananarama e molti altri >>>> 2007/Settembre: Esce Control, il biopic di Anton Corbijn su Ian Curtis dei Joy Division >>>> 2007/Inverno: Rispuntano nelle classifiche inglesi i Madness, gli Happy Mondays, Hugh Cornwell e il suo gruppo, gli Stranglers (senza Hugh Cornwell), Ian Hunter, i New Model Army, The Men They Couldn’t Hang e i Commitments, la soul band cinematografica irlandese. Si ricordano poi il tour-anniversario dei Pogues per il venticinquennale e il «George Best» 20th Anniversary Tour dei Wedding Present, mentre la tribute band The Other Smiths lancia lo Strangeways Tour dedicato a «Strangeways Here We Come», l’ultimo album degli Smiths, e al «Best of Most of 1984-2006». Ma in una stagione competitiva come questa il premio Tristezza Cosmica va alle ventidue date del tour dei From the Jam, vale a dire Bruce Foxton e Rick Buckler senza Paul Weller >>>> 2007/2008: Il reunion tour dei Police tocca 159 arene in tutto il mondo fra il 28 maggio 2007 e il 7 agosto 2008, incassando oltre 340 milioni di dollari (il terzo tour più redditizio di tutti i tempi) >>>> 2007/2008: I Sonic Youth eseguono il loro allucinato ed epocale album «Daydream Nation» (1988) in ventiquattro concerti fra Stati Uniti, Spagna, Germania, Francia, Italia, Regno Unito, Australia e Nuova Zelanda >>>> » [...]

08/08/11

L'ora del pop



Sul blog Signor Hulot un post interessante sul rapporto tra la storia della musica, il passato e il presente:

Reynolds parla della nowness del pop, il rapporto tra cultura pop e tempo presente. In poche parole, a lungo il pop è stato inseparabile dalla sua capacità di mettersi in relazione con la propria epoca e di contribuire a definirla. Difficile pensare a un racconto sugli anni sessanta o sui movimenti di protesta in america o sull'edonismo degli anni ottanta senza pensare ai Beatles, a Bob Dylan o, poniamo, ai Duran Duran. Ora, lo strano effetto è quello di una cultura pop che sembra fluttuare attraverso il tempo, senza connettersi in modo diretto al senso dell'"Adesso". La nowness del pop, intesa come sua qualità primaria, corre attraverso un tunnel temporale. Essere pop, oggi, vuol dire riprendere il carattere iconico di Madonna (Lady Gaga), suonare come nella New York della fine degli anni settanta (Strokes), riattivare il garage blues (White Stripes), rispolverare il pop di coppia degli anni sessanta (le innumerevoli configurazioni del tipo duo lei-lui, da She & Him a Cat's Eyes). Persino riprendere il testimone di Crosby Stills Nash &Young e della West Coast (Fleet Foxes) o di oscure esplorazioni della tradizione folk (Devendra Banhart o Joanna Newsom). Non si tratta di semplici pastiche da parte di artisti che saltano da un genere all'altro in una sorta di deriva postmoderna che corre attraverso una miriade di temporalità musicali. Abbiamo davanti agli occhi delle fissazioni su determinate epoche passate del pop, piccole nevrosi in forma di canzone. Retromania è in fondo un viaggio in questa strana temporalità a due strati: sempre uno strato passato che appare sotto l'attuale, producendo una percezione sfalsata, leggermente spaesante. Da qui l'idea che mi rimane con più forza, leggendo il libro: che ci sia una sorta di storia sotterranea del pop, fatta di affioramenti e cancellazioni, diversa da quella – più rettilinea – che siamo abituati a sentirci raccontare.

Una breve carrellata di video degli artisti citati nel pezzo può aiutarci a capire meglio cosa intende:








04/08/11

James Murphy: il musicista come fan assoluto

Signor Hulot è un blogger appassionato di musica e di Simon Reynolds. Ha letto e apprezzato il nuovo libro di Reynolds, Retromania, in uscita il 15 settembre per Isbn Edizioni (traduzione di Michele Piumini).
Sul suo blog parla di "retro-visioni, hauntology e altre dimenticanze".  E scrive post molto interessanti sul rapporto che la musica e i musicisti hanno con la cultura del passato, come questo, James Murphy: il musicista come fan assoluto.



Nei suoi dischi come LCD Soundsystem, James Murphy, da ipermanierista musicalmente coltissimo, ha attraversato con l'orecchio sicuro del conoscitore decenni di elettronica e musica da ballo, recuperando suoni tipici del post punk o della disco mutante di New York, invitando sulla pista i Kraftwerk assieme agli Stooges e imitando perfino la parlata sporca da bassifondi di Manchester di Mark E. Smith dei Fall. Il name dropping di Losing my edge è un piccolo manifesto del rapporto di attaccamento del fan al passato e un emblema malinconico del musicista del XXI secolo che è prima di tutto qualcuno che ha ascoltato tanta musica e solo dopo, e proprio in quanto fan, trova la propria modalità espressiva. Il buon James Murphy ha creato con questa canzone una sorta di lamento dell'appassionato compulsivo di musica di nicchia (lui c'era "al primo concerto dei Can del 1968") di fronte all'arrivo dei ragazzini di internet che sono "in grado di dirgli ogni membro di ogni gruppo dal 1962 al 1978" e deve poi respingere gli assalti dei ragazzi delle art school di brooklyn con la loro "nostalgia presa a prestito per anni ottanta non celebrati". Losing My Edge è un panegirico ironico sul fan della vecchia guardia che era presente "alle prime prove dei Suicide in un loft di New York" e che è stato "il primo a suonare i Daft Punk ai rock kids", e ora sta perdendo il vantaggio sulle nuove leve, che sono in grado di attivare i loro momenti di retromania cliccando e scaricando in pochi minuti qualsiasi cosa. E poi ancora, in una vertiginosa rassegna dei momenti fondamentali di ogni buon fissato della musica cool, lui c'era, ai soundclashes giamaicani, al Paradise Garage con Larry Levan alla consolle e si è svegliato nudo a Ibiza nel 1988. E alla fine, parte l'elenco dei suoi dischi: dai Pere Ubu ai Fania All-Stars, dai This Heat a Scott Walker, dai Joy Division ai Royal Trux, da Juan Atkins alle Slits. Una galleria di tutta la musica che un tempo era fondamentale cercare e sentire (e un certa fatica da viaggio iniziatico era parte integrante di questa ricerca) e che ora chiunque può recuperare e magari subito cestinare con un click. James Murphy è il fan assoluto che viaggia in tutte le epoche storiche, esalta e ridicolizza la passione per gli oggetti musicali del passato, creando una sorta di antimanifesto, ironico ma affettuoso di una condizione di fandom (l'essere fan) che ora non può più esistere.


02/08/11

Cos'è questo blog



Perché questo blog? Perché da tempo Isbn Edizioni voleva parlare di musica non solo con i libri, ma anche attraverso un un sito che diffondesse un certo tipo di cultura musicale e che offrisse contributi originali sulla scena musicale internazionale, dagli anni settanta ai giorni nostri.
E poi, perché pensiamo che Simon Reynolds sia uno dei più importanti giornalisti musicali contemporanei, e ci piacerebbe diffondere quanto più possibile la sua opera: attraverso post relativi ai suoi libri, commenti, estratti e riflessioni, videoclip da YouTube, schede di gruppi, discografie e piccole monografie per orientarsi all'interno dell'universo Reynolds e della musica da lui analizzata.
Insomma,  una sorta di mega-archivio di contributi musicali e non solo, che si svilupperanno partendo dalla mappa dettagliata e stratificata che Simon Reynolds traccia all'interno dei volumi Post-Punk 1978-1984, Hip-hop-rock 1985-2008, Totally Wired fino all'ultimo, Retromania, in uscita il 15 settembre per Isbn Edizioni.
Buona lettura.

01/08/11

Cos'è Retromania



Un tempo il pop ribolliva di energia vitale: la psichedelia degli anni sessanta, il post-punk dei settanta, l’hip hop degli ottanta, il rave dei novanta. I duemila sembrano invece irrimediabilmente malati di passato: i Police e i Sex Pistols tornano sul palco, i Sonic Youth e gli Einstürzende Neubauten rimettono in scena le loro storiche performance live, i negozi di dischi sono invasi da cofanetti celebrativi di vecchie glorie del passato. Le «nuove» band che riempiono le playlist dei nostri iPod saccheggiano e riciclano la musica dei decenni precedenti: il garage punk dei White Stripes, il vintage soul di Amy Winehouse, il synthpop anni ottanta di La Roux e Lady Gaga. Non solo la musica, ma ogni aspetto della nostra società sembra soffrire della stessa patologia. Basta pensare ai remake di film di culto, alla moda del vintage, al revival della cultura hipster e mod.
Perché non sappiamo più essere originali? Cosa succederà quando esauriremo il passato a cui attingere? Riusciremo a emanciparci dalla nostalgia e a produrre qualcosa di nuovo?
Dopo il monumentale Post-punk, Simon Reynolds torna a stupirci con un’analisi meticolosa e provocatoria della cultura pop degli Anni Zero.

Simon Reynolds è il più autorevole critico musicale contemporaneo. Collabora, tra gli altri, con New York Times, The Guardian, Rolling Stone, The Wire. Isbn ha pubblicato Post-punk. 1978- 1984, Hip-hop-rock e Totally Wired.