15/11/11

Elogio di Giorgio Moroder

In effetti Moroder manca, in Retromania. Reynolds però l'ha citato nell'intervista che gli abbiamo fatto, e poi ci ha pensato Signor Hulot a scriverne con grande competenza, con un paio di video niente male presi da YouTube.

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Il baffuto di Ortisei, oltre ad aver praticamente inventato l'electro-pop con la sua versione sintetica della musica disco (la pietra miliare è naturalmente la multiorgasmica I Feel Love cantata da Donna Summer), ha lanciato uno dei pochi generi che vedono un apporto originale dell'Italia alla musica dance e pop, cioè l'Euro-Disco, con la successiva incarnazione Italo, ovviamente. Reynolds, che di Moroder parla in qualche passaggio di Energy Flash, lo colloca in questo senso tra i precursori della House di Chicago. Poi, non contento, il genio tirolese ha compiuto formidabili scorribande a hollywood, incidendo a forza il suo nome in molti momenti ormai infiltrati nell'immaginario collettivo: basta pensare a Richard Gere in completo Armani che corre per le strade di LA sulla sua spider nera, all'inizio di American Gigolo, con "Call Me" dei Blondie (prodotta e in parte scritta da Moroder) che accompagna i titoli di testa; oppure a un assoluto gioiello di esagerazione hollywoodiana come "Take My Breath Away" suonata dai Berlin: piena estetica ottanta quella di Top Gun, ma quantomai attualissima con le riattivazioni hypnagogiche e Chill Wave del verbo sintetico e delle visioni eighties.
Per descrivere la sua musica mi viene da pensare a dei Kraftwerk cafoni e ipersessuati, con un immaginario che sta tra Scarface di De Palma e l'Ispettore Derrick, una perfetta fusione di sensi e suoni artificiali, camicie con colletti enormi e collane d'oro in mezzo a cristalline melodie elettroniche, come suggerito dall'intreccio di vocoderismi, quattro quarti disco, scale sintetizzate, melodie tirolesi e vocine maliziose della esageratissima "From Here to Eternity" del 1977, talmente piantata nel suo tempo da poter essere un pezzo di due giorni fa. O penso all'altro gioiello del periodo, quella "E=MC2" (con tanto di "Thank You, Albert" finale) che pare un'anticipazione dei Daft Punk di Discovery. Certo, il nostro, da buon artista totale, non ha mai rifiutato di confrontarsi con momenti di terrificante kitsch nazional-popolare (vi dice niente "Notti magiche, inseguendo un gol..."?), ma questo contribuisce in un certo senso alla sua statura di icona culturale assoluta. E fuori da ogni retorica vintage, il tema di Fuga di mezzanotte è un capolavoro inarrivabile del pop elettronico e della musica da film, e basterebbe questo per far rimanere nella storia (nella leggenda c'è già) il signor Giorgio Moroder.





11/11/11

Isbn intervista Simon Reynolds # Seconda parte

 

La seconda parte dell'intervista che abbiamo fatto a Simon Reynolds.
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Quale sarà il prossimo passo del “riciclo musicale” nella nostra cultura?

Non lo so. La gente parla degli anni novanta come della next big zone, ma cosa ci troveranno da copiare, mi chiedo? Proprio in questo periodo il Goth, la Cold Wave e la Electronic Body Music dei tardi anni ottanta sembrano fonti piuttosto calde. Forse il “baggy” sound di Manchester (Happy Monday, Stone Roses) verrà riscoperto. 

Recentemente è stata ripubblicata la kindle version del tuo primo libro, Blissed out. È buffo scoprire che già nell’87 parlavi di una specie di legame con il passato (continue riedizioni e revisioni, “un’altra biografia di Bob Dylan” e via dicendo). Quali sono le differenze fondamentali tra la “nuova” retromania e le “vecchie” retromanie? 

La differenza principale sta nella scala, nell’intensità e nella dimensione del problema, che ha a che fare con la componente della cultura digitale della nostra epoca e con il dilagante fenomeno dell’archivismo della memoria pop su internet. È lì che si crea la “mania”.

Ovviamente il problema non è nato dal nulla, è andato crescendo per anni, anzi per decenni. Vedo un’analogia con il film su Al Gore Una scomoda verità. La gente, compreso Gore stesso, ha parlato del surriscaldamento globale e delle sue conseguenze per anni, per decenni. Ma questo non ha impedito al film di essere un contributo vitale e tempestivo al riguardo. Né significa che Gore avrebbe dovuto star zitto sulla questione, dopo essersi espresso abbondantemente al riguardo nel film. Allo stesso modo, il rétro ha una storia e un’evoluzione che comincia decenni fa, ma non ho dubbi sul fatto che il fenomeno sia aumentato drasticamente negli ultimi dieci o dodici anni, e che sia qualcosa di cui ci dobbiamo occupare. Bisogna farsi delle domande! 

Nel regno iper-statico della cultura digitale – in cui il tempo è orizzontale e quasi ogni suono creato nel passato può essere facilmente riascoltato e la possibilità del cambiamento lineare sta svanendo – ha ancora un senso l’idea del potere trasformativo della musica? È ancora possibile essere sorpresi da qualcosa? 

Immagino che possiamo solo scoprire se qualcuno fa musica trasformativa, e capire se possiamo reagire alla sua sfida. Riguardo all’essere sorpresi, naturalmente spero di sì. Penso che potrebbe ancora succedermi di essere sorpreso. Sono pronto, volenteroso e in desideroso di esserlo! 

L’immenso archivio di YouTube è un’enorme risorsa per gli ascoltatori. Scaricare – legalmente o meno – ci permette di avere molta più musica di quella che possiamo realisticamente ascoltare. Si possono ascoltare file mp3 di tutti i tipi, provenienti da tutto il mondo. Tutta questa musica potrebbe costituire un problema per la nostra limitata capacità di ascolto? Stiamo diventando musicalmente onnivori ma allo stesso tempo anche un po’ superficiali? 

Sì. Questo è uno degli argomenti che tratto di più nel libro. Una delle mie preoccupazioni è l’assottigliarsi dell’esperienza musicale, una sorta di fruizione satura, distratta e dispersiva. 

Cosa pensi della musica italiana? C’è qualche gruppo o cantante italiano che ti piace, contemporaneo o dei decenni scorsi? 

Non so un granché della scena contemporanea, però ho visto una band di grande effetto all’Arca Puccini festival a Pistoia, si chiama Topsy the Great, è rock strumentale high energy intenso, tra l’hardcore, il metal e il math rock, con la batteria come strumento principale.

Dagli scorsi decenni, mi è piaciuto un po’ di progressive rock italiano che ho sentito e ovviamente giganti del soundtrack come Morricone e Goblin. E anche mostri della disco music come Moroder e Daniele Baldelli. Ho sentito alcuni bravi artisti techno italiani come Lory D e Leo Anibaldi. Ah, poi sono un grande fan dei vostri compositori di avanguardia come Nono, Berio e Maderna. 

Il libro ha una forte connotazione autobiografica. È pieno di ricordi e storie personali: la caccia alle mappe degli autobus che ha assorbito tuo figlio e te a New York; strani incontri con maniaci del rétro durante gli anni universitari, la sensazione straniante di avere un figlio cresciuto in America con cui non puoi condividere l’atmosfera culturale in cui sei cresciuto tu. Retromania è un ritratto del critico musicale di mezz’età? 

Tutti i miei libri sono personali, nel senso che non esisterebbero senza la mia passione e ossessivo interesse per la scena musicale e senza li mio coinvolgimento sul campo, come per i rave negli anni novanta o per il post-punk quand’ero ragazzo. Ma sicuramente in Retromania c’è più memoria emotiva e più aneddotica, pesca dalla mia storia personale più dei libri precedenti ed è inseparabile dal mio punto di vista, quello di chi c’era durante tutti i periodi di cui parlo. Perciò in quel senso è il libro di un uomo di mezza età. Credo che le mie considerazioni siano accessibili a lettori di tutte le età, ma non tutti le sentirebbero con la stessa di chi ha trenta, quaranta, cinquant’anni oggi: quelli che hanno vissuto negli anni sessanta o nell’epoca del post-punk, o in quella dei techno-rave dei novanta. Il libro ha un elemento immediato ed esperienziale che aggiunge un carico emozionale a Retromania sia per chi scrive che per chi legge.
 

Puoi anticiparci qualcosa sul tuo prossimo lavoro? Quale sarà l’argomento del libro? 

Non dico nulla per scaramanzia perché il libro non è ancora stato ufficialmente proposto. Ma se il libro si farà, sarà un grande passo per me: parla sempre di musica, ma esplora aspetti che non ho mai esplorato prima. La mia speranza per i prossimi libri è riuscire a fare cose che mi mettano alla prova e mi portino in direzioni diverse ogni volta.


08/11/11

Isbn intervista Simon Reynolds # Prima parte


Abbiamo fatto qualche domanda a Simon Reynolds a proposito di Retromania, delle tesi contenute nel suo libro e delle sue preferenze musicali.
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Qual è stato l’evento – se ce n’è stato uno – che ti ha fatto decidere di scrivere un libro come Retromania?
La scintilla ha iniziato a scattarmi dentro durante gli anni 2000: la sensazione che la musica pop fosse ormai del tutto succube di un’attrazione fatale nei confronti della sua stessa storia, accumulata nel corso degli anni. Questa tendenza poteva essere arginata? mi chiedevo. Oppure ci stavamo inesorabilmente dirigendo verso una sorta di buco nero del pop? Non è facile segnalare il momento della svolta, anche se l’album dei Beatles Love – un remix mash-up dei più grandi successi del gruppo, realizzato da George Martin e suo figlio Giles – mi è sembrato l’esempio emblematico del nostro desiderio collettivo di riconsumare e rivisitare senza sosta gli anni d’oro del rock.

In Retromania ci sono tesi forti e originali – in alcuni casi impopolari – molta sociologia e filosofia; d’altra parte, sembra esserci meno storia e critica musicale rispetto ai tuoi ultimi libri. Come pensi che i lettori italiani reagiranno a tutto ciò?
Credo ci sia, come sempre, tanta storia e critica musicale – in un certo senso il libro è una specie di “storia del presente”, del significato del pop e del rock nei primi undici anni del Ventunesimo secolo. Di certo c’è molta critica musicale, solo che si tratta quasi sempre di critica dai toni negativi. Di sicuro è il mio primo libro che non sia stato scritto sotto la spinta principale dell’entusiasmo. E c’è anche meno descrizione diretta e meno evocazione della musica intesa come suono. Stando a quelle che sono state le reazioni negli Usa e in Inghilterra, credo che i fan e i lettori italiani avranno modo di divertirsi molto. Per me essere uno scrittore di musica significa ragionare in termini di odio/amore, e questa volta il concetto di base del libro tende maggiormente verso l’odio. Ma solo perché amo davvero tanto la musica e ho sempre grandi aspettative in proposito! In realtà uno degli obiettivi del libro è l’erosione della mentalità dell’odio/amore, quella che io chiamo gusto dell’o/o. È stata rimpiazzata da una sorta di debole eclettismo, la modalità shuffle tipica dell’iPod per cui ci piacciono un sacco di cose ma nessuna ci provoca una vera ossessione o fanatismo.
Il nucleo centrale del tuo libro è il fatto che la nostra era musicale – così come la cultura pop – sia caratterizzata dalla costante e continua esplorazione del passato. Negli ultimi 15 anni, più o meno, non ci sono stati artisti o band in grado di realizzare qualcosa di veramente nuovo. Ma non pensi che gente come Arcade Fire, Arctic Monkeys, Bon Iver o Kanye West stiano costruendo un suono nuovo e innovativo, senza guardare tanto al passato?
Non ho detto che negli ultimi 15 anni non ci sono state band che abbiano fatto qualcosa di innovativo. Ma, di sicuro, nel Ventunesimo secolo non ci sono stati movimenti musicali paragonabili, in termini di rilevanza o di effettiva novità, al rap o al rave, al punk o al metal. Molte band attive al giorno d’oggi o contribuiscono a una lunga e stabile tradizione, alla quale aggiungono piccole e impercettibili modifiche, oppure mettono insieme due o più tradizioni esistenti, per crearne una relativamente nuova. I Vampire Weekend ne sono un buon esempio. Così come molti gruppi dell’area dubstep. Per quel che riguarda gli esempi specifici:
Gli Arcade Fire, per me, suonano come la “grande musica” degli anni 80, come poi è stata definita – l’epico postpunk-da-stadio dei Waterboys, Echo & the Bunnymen, e così via. Ammetto che si tratta di un gruppo di una certa importanza, ma non riesco a capire cosa renda la loro musica davvero innovativa.
Gli Arctic Monkeys sono una grande band, il loro primo disco è stato uno dei miei preferiti del decennio. Ma loro agiscono in una zona ben definita, sia dal punto di vista dei testi che della musica: la tradizione del pop-rock inglese che include Smiths, Pulp, Libertines, e così via. Nei loro dischi c’è poco che non sia stato già realizzato, da un punto di vista musicale, negli anni 80.
Bon Iver: non credo ci sia nulla nei suoi dischi che non sia stato già fatto negli anni 80, forse anche nei 70. Il suo ultimo disco è apertamente in debito con il soft-rock Americano dei 70-80.
Kanye West ha fatto della grande musica, ma la maggior parte dei suoi lavori si basa sul sampling. Spesso si tratta di grossi pezzi di musica già esistente. Qualche volta è fatto in modo particolarmente brillante (“Through the Fire”, basato su “Through the Wire” di Chakha Khan) ma qualche altra volta non tanto (le canzoni che si basano in modo più evidente sulle tracce di Daft Punk e Curtis Mayfield).  La maggior parte delle innovazioni di Kanye sono nelle liriche e nel flow, e anche nel suo “personaggio” e nella sperimentazione del gestire la celebrità attraverso I media digitali, come per esempio twitter.
Qual è il gruppo retromaniaco contemporaneo che ami ascoltare? In altre parole, chi pensi realizzi al meglio la musica senza fare nulla di nuovo?
Ovviamente adoro Ariel Pink, e in un certo senso è lui l’eroe di Retromania. E insieme a lui ci sono un sacco di altri gruppi che mi piacciono che non stanno realmente aggiungendo nulla di nuovo al linguaggio musicale già esistente. Ma sono ugualmente molto bravi e divertenti da ascoltare. Qualche tempo fa mi è piaciuto l’album Kaputt di Destroyer, che è basato in modo molto consapevole e meticoloso sul sound patinato del pop di metà anni 80, come quello dei Prefab Sprout, dei Blue Nile, Roxy Music e Avalon. Non so perché proprio questo disco, nella sua grande produzione, suoni così vicino a quell’era musicale specifica, ma provo un piacere particolare nell’ascoltarlo, perché ai tempi ho amato sia i Prefab che i Blue Nile. (CONTINUA...)

31/10/11

Economia e politica del sample #1



Nuovo post del Signor Hulot, questa volta alle prese con il tema dei sample e della lettura che ne fa Simon Reynolds in Retromania:

Il tema più esplicitamente politico del libro viene fuori proprio nell'ultima parte di Retromania, con la critica del concetto di sample (o meglio, la critica dell'elogio indiscriminato del sample come momento di liberazione dalle strettoie della musica suonata) in relazione alla gentrification. Il termine viene utilizzato in ambito sociologico e urbanistico per descrivere un fenomeno molto specifico: i bianchi arrivano nelle zone residenziali in cui vivevano i neri e questi vanno via, come nel gioco dei quartieri delle grandi città che diventano a turno zone bene o zone male a seconda che ci vivano bianchi (o la borghesia nera) oppure neri e working class. In generale, è un fenomeno per cui una classe più abbiente acquisisce beni di una classe meno abbiente a basso prezzo in zone squalificate, per poi riqualificarle facendo salire il prezzo (e allontanando in questo modo gli abitanti originari). Specchio perfetto di questo fenomeno è un certo tipo di trip-hop che, dopo essere stato la musica delle crew di Bristol, è diventato poi qualcosa di pericolosamente simile a una musica lounge per gli anni novanta, cocktail music da ascoltare in sottofondo mentre si prende un mojito (un po' come l'acid jazz), magari poco prima di andare a ballare in spiaggia. Da musica da strada a musica per party dei ragazzini bene. Questa deriva del trip-hop (SR lo dice anche in Energy flash) è un perfetto caso di gentrification, in cui il dj o il musicista (spesso bianco o comunque benestante) si riappropria, sia pure per un atto di amore, dei beat dell'hip-hop nero per utilizzarli all'interno di un contesto diverso.
Per dirla in modo brutale, è così liberatorio o rivoluzionario che un ragazzino che ha ricevuto un sampler in regalo per Natale campioni un beat suonato in carne ossa e sudore da un session man sottopagato negli anni settanta? Reynolds lavora attorno a questa domanda senza arrivare a una risposta definitiva. La questione fa problema, non porta soluzioni troppo facili. Certo è che dopo anni di retorica "liberatoria", secondo in cui il sample era la rivincita dell'underdog, il sottoproletario musicale privo di qualsiasi formazione o competenza tecnica che, grazie al piatto da dj, a un sampler o a un sintetizzatore, riesce ad appropriarsi della musica suonata da altri per usarla come elemento combinatorio all'interno della sua creazione, la questione sembra ribaltarsi. I veri "proletari" sembrano essere i musicisti che hanno suonato realmente la musica, mentre sono gli utilizzatori dei sample ad essere dalla parte del "potere" e a prelevare con un solo click il frutto del lavoro altrui. Il linguaggio che Reynolds utilizza per parlare di questo fenomeno è provocatoriamente asettico e clinico: "La «sostituzione sonora» fa pensare alla sostituzione artificiale di una parte del corpo, e in effetti la precisione e la sterilità della procedura [di sampling] ricordano la più avanzata chirurgia dei trapianti di organo, dei tessuti artificiali e delle protesi". (pag. 327).
Questa asetticità emerge bene in Safe From Harm, dei Massive Attack (certo un esempio di trip-hop di altissimo livello), in cui si usa un frammento di Stratus di Billy Cobham, spogliato dalle digressioni jazz, per farlo diventare puro concentrato ritmico. Il detournement del battito originale diventa, allo stesso tempo, un omaggio all'originale, ma anche un tradimento dell'intenzione del musicista. Ma ci potrebbero essere infiniti altri esempi, penso solo all'uso del funk rock di Release the beast dei Breakwater da parte dei Daft Punk (in Robot Rock): perde in groove e acquista potenza mutante. Che in questo modo il sample dia una nuova vita all'originale o che sia un modo per imbalsamarlo e sterilizzarlo, è una questione che rimane aperta. 


Breakwater - Release the Beast

 


Daft Punk - Robot Rock

26/10/11

Simon Reynolds intervista David Byrne

 Foto da Wired.

Una parte dell'intervista di Simon Reynolds a David Byrne, contenuta in Totally Wired (Isbn Edizioni, 2010).

Quando hai iniziato a interessarti alla musica?

Probabilmente tutti a un certo punto si rendono conto che esiste altro oltre alla musica che ascoltano i tuoi genitori e la canzoncina di Thomas the Tank Engine – «Ooh, quella musica mi sta parlando». A me è successo a metà degli anni sessanta, musicalmente un periodo davvero aperto. Quindi non solo sentivo cose che sembravano dirette a me e ai miei amici, ma c’era di tutto. Tutto sembrava possibile. Sembrava che si potesse tirar fuori musica da qualunque cosa, fintanto che si aderiva a una vaga struttura di canzone pop, quindi c’era una selvaggia sensazione di libertà. Fu quello ad attirare la mia attenzione.

Da bambino non facesti i tuoi personali esperimenti di musica concreta?

Sì, mi ispiravo alle cose di cui avevo sentito parlare, fossero Cage o Stockhausen o i Beatles o chissà cosa. Mio padre aveva un piccolo registratore a bobine, così, a sedici anni o giù di lì, registravo delle cose, poi prendevo i nastri e li tagliavo, rimettevo in ordine i pezzi e li ribaltavo. Era la cosa più splendida e folle che avessi mai sentito! In quello stesso periodo mio padre mi aiutò a modificare il registratore così che potessi fare una sorta di multitraccia, suono su suono. Potevo registrare una traccia in maniera molto primitiva, ascoltarla e suonarci insieme, e quello sarebbe stato registrato sull’altro canale dello stereo. Non si poteva mai mixare ma si potevano sovrapporre i suoni. La cosa mi affascinò totalmente e cominciai a registrare le canzoni pop degli altri in quel modo.

La prima ondata di gruppi punk di New York con base attorno al cbgb’s e Max’s Kansas City era decisamente imbevuta del romanticismo rock e del bisogno di vivere al limite. Patti Smith e i Television uscivano dai sessanta, e prima ancora dai Beat – avevano l’aspetto e vivevano da bohémien. Mentre i Talking Heads avevano un aspetto più ordinato e un approccio più distaccato.

Alcuni dei gruppi stavano davvero continuando gli archetipi del rock’n’roll, sia nei suoni che nelle attitudini ribelli. Le pose da palco e i fuochi d’artificio chitarristici. Pensavo «Così non si dice niente di nuovo. è una versione più moscia dei Rolling Stones». I gesti non venivano pensati, erano solo ereditati. Come a dire «Questa è l’attitudine che si accompagna al territorio dei gruppi rock, i vestiti e le pose che devi fare tuoi». Pensavo «Vediamo se si può buttare via tutto questo, ripartire dal via e vedere cosa succede». Che significava salire sul palco con i vestiti che mettevi per strada e cantare senza posa, in una sorta di maniera non romantica ma appassionata. Pensai che non avere un’immagine fosse una maniera per tornare agli inizi. Dopo un po’ compresi che non avere nessuna immagine, ovviamente, significa avere un’immagine. Non puoi scapparne. Non appena metti piede sul palco, si entra nell’artificio. Così pensai «Devo trovare qualcos’altro su cui basarmi che non sia un cliché».

20/10/11

Sempre sul Synth Pop



Una raccolta delle migliori canzoni (e video) sul tema Synth Pop:

Darkstar: Gold




The XX - Islands



School of Seven Bells - Half Asleep



Fischerspooner - Emerge



M83 - We Own the Sky

11/10/11

Il Synth Pop



Signor Hulot sul Synth Pop:

Tra i vari frammenti musicali ritornati - in modo ricombinato, contaminato o puro - negli ultimi tempi, c'è quella porzione di passato che corrisponde agli anni ottanta. Da feste revival in tema, in cui orde di ragazzini cantano a squarciagola le canzoni di Cindy Lauper o degli Eurythmics, a mucisiti che omaggiano in modo diretto il decennio sintetico per eccellenza, riprendendo suoni e timbri inconfondibili: basta guardarsi un po' attorno per riascoltare e rivedere cose che avremmo pensato morte e sepolte da tempo. Drum machine Roland TR-808 in gran spolvero, sparsi battiti elettronici, sequencer rudimentali, tastiere Casio comprate su eBay; e poi sneakers alte e colorate, felpe con le spalle imbottite, loghi fluorescenti, quattordicenni che non sarebbero stonate nei video di Madonna del periodo. Potremmo collegare a questo anche il ritorno del brand Fiorucci negli scaffali della grande distribuzione e l'abbondanza di colori primari spalmati sulle magliette e sui cappellini da baseball. Su un altro versante, riappaiono i ragazzini magrissimi con i jeans tipo seconda pelle, i capelli lunghi sulle spalle e le magliette dei Metallica (epoca Kill'em All) e degli Anthrax (perché gli ottanta erano anche gli anni del thrash, non dimentichiamolo).
Lo stesso Reynolds, tracciando una continuità filologica con la scena Electroclash dei nineties (ma le provocazioni concettuali e coreografiche di Fischerspooner erano altra cosa) dedica alcuni passaggi di Retromania al ritorno del pop elettronico e sintetico che, con personaggi come Human League, Yazoo, Visage, Depeche Mode e compagnia aveva fatto scoprire il cuore in fondo ai battiti elettronici nella prima metà degli anni ottanta. E il synth pop è stato soprattutto questo, la versione orecchiabile del connubio uomo-macchina di impronta kraftwerkiana, melodie orecchiabili e calori romantici che duettano con la freddezza dei suoni elettronici e con la spiccata artificiosità del look e delle situazioni. Ecco allora, tra i segnali della rinascita (anzi, dell'"infinito revival", come viene definito in Retromania), il pastiche madonniano postmoderno di Lady Gaga, le perle pop di La Roux e Little Boots (che avrebbero scalato qualsiasi classifica attorno all'84), le tessiture sintetiche sognanti e nebbiose – con ampie sfocature shoegaze - di School of the Seven Bells e M83 o, per spostarci in Francia, le scatenate performance di Yelle con il suo ciuffo asimmetrico e la commistione synth-disco. Per non parlare di muscisti come gli XX che partono dal pop sintetico per declinarlo in deliziose tinte dark quasi lynchiane. Il solito geniale Reynolds fissa in modo folgorante questa strana rinascita in poche righe di una delle sue retrologie: "2010/Ottobre, a ventisette anni dalla fine del fenomeno, Elly Jackson dei La Roux si accorge che il synthpop è «morto e sepolto. Lo adoravo ma adesso mi annoia. Non voglio più fare synth per il resto della mia cazzo di vita. Se vedo qualcos'altro a tema anni ottanta, esplodo» >>>> 2010/Ottobre: i Darkstar, nuova promessa post-dubstep, pubblicano una cover di Gold del 1982, un lato B degli Human League".

La Roux - In For The Kill

06/10/11

Zappa, postmodernismo rock



Un altro esempio di postmodernismo rock ante litteram è Frank Zappa, la cui parabola creativa rispecchiava da vicino (e a tratti sbeffeggiava) quella dei Beatles, con particolare riferimento al suo debole per la sperimentazione in studio con il tape editing. Uscito alla fine del 1968 qualche settimana dopo il «White Album», «Cruising with Ruben & The Jets» era un album-parodia del doo-wop, con Zappa e le Mothers of Invention nei panni di un immaginario gruppo vocale anni cinquanta sulla falsariga di formazioni come Little Caesar & The Romans e i Flamingos. Pur essendo un affettuoso esercizio di nostalgia dei suoni pop della sua giovinezza, «Cruising with Ruben & The Jets» era anche, per citare Zappa, la dissezione «scientifica» di uno stile d’annata tesa a scomporlo impassibilmente nei suoi «motivi stereotipati» per poi ricostruirli in «meticolosi conglomerati di cliché archetipici». L’emozione pop era esibita come insieme di tecniche standardizzate, meccanismi per manipolare i sentimenti dell’ascoltatore.

Simon Reynolds, Retromania, p. 209


04/10/11

Retromania, un tentativo di recensione

© Haroon Mirza, Evolution of a revolution (2011)

Signor Hulot ha scritto sul suo blog un "tentativo di recensione" del libro di Simon Reynolds

Retromania è un libro sul passato e il presente del pop, con una domanda sullo sfondo: cioè se un futuro per il pop sia ancora possibile. La musica pop ha fino ad ora descritto un certo rapporto con il presente e con le possibili trasformazioni affettive e psichiche di una categoria che potremmo identificare con l'adolescenza (reale e immaginaria) e con lo stato di stupore e novità che si vive quando si scopre qualcosa che parla –attraverso suoni e rumori – al nostro modo di stare al mondo. Elvis, Dylan, i Beatles, i Velvet, i Kraftwerk, il punk, il krautrock, il post-punk, la techno hanno aperto fratture nella linearità del tempo e, ogni volta – dopo di loro – le cose non sono più state le stesse: sono stati eventi che hanno impresso nuove curvature al presente. Nel momento in cui, all'apparenza, tutto è stato già detto, la storia del pop come razzo lanciato verso il futuro sembra però fermarsi e la spinta all'innovazione, la vocazione profondamente modernista del pop e del rock, potrebbero essere solo un ricordo da evocare dalle nebbie del passato.
Quella che è sembrata una grande occasione, vale a dire la possibilità di accedere in tempo reale, attraverso la rete, all'immenso archivio della musica prodotta negli scorsi decenni, sembra ora congelare il tempo del pop in una specie di eterno rimbalzo tra presente e passato. Le coordinate dell'oggi musicale sono inscritte nella rete di continui rimandi – tra citazioni, omaggi, pastiche, parodie, adorazioni, ossessioni – di epoche passate. Il musicista, sempre più consapevole della tradizione che lo ha generato, diventa un curatore, un selezionatore, un commentatore che replica, campiona e mixa pezzi di musica di un tempo trascorso. Si tratta di un atto d'amore, certo, ma un amore che può diventare cannibalico, distruggendo l'oggetto della sua passione, generando piccole paranoie e manie, portando il fan e il musicista a soffermarsi in modo quasi feticista su certi suoni, certe ere, certi ritmi, per riportarli in vita attraverso procedimenti che hanno a che fare con l'occultismo e la psicosi non meno che con la tecnologia.
Reynolds esplora questa paradossale temporalità retroattiva, la retromania che fa correre in avanti con gli occhi fissi nel retrovisore e con il rischio di andare a sbattere contro il muro della stasi e dell'immobilità (o contro lo schermo del pc, incapaci di guardare cosa succede fuori dalla finestra). Rievocando le retromanie che già hanno abitato come fantasmi il corpo del pop (dal Northern Soul alla rinascita mod, dal revival rock 'n' roll all'elettronica del dopoguerra, dal citazionismo di Stereolab e LCD Soundsystem all'elettronica fantasmatica di Boards of Canada e Broadcast, dalla fusione sampledelica di DJ Shadow alla furia arty dei Sonic Youth), Reynolds porta il lettore in un lungo viaggio su e giù per lo spazio-tempo, guidato dalla passione del fan e dal rigore dello storico sociale. E di fronte al business della memoria (gruppi che calcano i palchi come morti viventi, sontuosi cofanetti che rimpinguano le casse delle case discografiche) e a sottili operazioni retromaniache (il re-enactement come operazione estetica, i fantasmi di futuri mai realizzati della hauntology), Reynolds sembra porre una domanda radicale. È ancora possibile una musica che sia in grado di parlare all'urgenza del qui e ora o siamo ormai condannati a un turismo musicale virtuale, senza il brivido della scoperta e della novità, guidati solo dalla nostra capacità di orientarci nel grande archivio del passato?